In viaggio per NYC

Di MINNIE LUONGO – Giornalista scientifica

“Un viaggio non inizia nel momento in cui partiamo né finisce

nel momento in cui raggiungiamo la meta.

 In realtà comincia molto prima e non finisce mai,

 dato che il nastro dei ricordi continua a scorrerci dentro

anche dopo che ci siamo fermati.

E’ il virus del viaggio, malattia sostanzialmente incurabile”.

Ryszard Kapuscinski

Viaggiare è per me una delle ragioni più incredibili ed efficaci per avere (o ritrovare) voglia di vivere. Lo dico senza pudori di sorta perché davvero è sempre stato così. Anche nei periodi in cui i picchi più cattivi della depressione mi schiacciano verso il basso e mi rendono quasi impossibile e comunque pesante ogni gesto quotidiano, succede che il giorno in cui devo intraprendere un viaggio (non importa quanto lungo e, oserei dire, per quale occasione sia, lavoro o svago) mi sveglio nuova.  Scendo dal letto come per andare ad una festa, porto fuori il cane con gioia baldanzosa, assaporo il primo caffè della giornata con ancora maggiore voluttà del solito, mi guardo allo specchio e mi sento fortunata. E, in realtà, lo sono.

Personalmente ho cominciato tardi a viaggiare “sul serio” (per la mia generazione l’aereo non veniva preso in considerazione– e solo eccezionalmente- se non per un charter a Londra, come si chiamavano allora i voli Low Cost). Ma il treno è stato un ottimo surrogato e un mezzo di trasporto che ho usato volentieri sin da ragazzina, viaggiando spesso da sola da Milano a Roma, e viceversa, già a 12 anni (non perché ci fossero meno pericoli … semplicemente noi Over eravamo più svegli e responsabili – e con meno scoliosi?- e gli adulti meno apprensivi, o più incoscienti se preferite).

Non avevano ancora inventato le valigie con le rotelle e ora, quando vedo in città bambini che all’uscita da scuola appioppano il loro trolley al genitore che si affretta a liberare la creatura da un siffatto peso, sorrido e ripenso alla valigia piena zeppa di libri (necessari per i compiti delle vacanze pasquali) che io, incurante dei calli sulla mano, mi trascinavo per la Stazione Centrale verso il vagone del treno che mi avrebbe tenuto incollata al finestrino (quando questo si poteva ancora tirar giù) per ammirare il panorama che lentamente mutava fino alla Stazione Termini e quindi in città, nel tragitto verso la casa degli zii.  E, in quelle ore, presagivo che tutto poteva succedere. E questa, mi rendo conto, è l’identica sensazione che provo oggi, che di viaggi ne ho fatti tanti (mai abbastanza, comunque)e praticamente in ogni continente. E continuo a pensare: viaggiando tutto può succedere, ma sempre con risvolti positivi.

Sono tanti i modi di viaggiare: con la memoria, con i pensieri, con i ricordi, con la fantasia. E per farlo non è necessario muoversi da casa, ovvio. Ma quando queste maniere di intrattenersi e giocare, oserei dire masturbarsi con la propria mente, si aggiungono ad uno spostamento reale, allora sì: stiamo viaggiando nel modo più completo ci sia regalato fare. E leggere un libro o un giornale, spiluccare o mangiare, sonnecchiare o dormire …. tutto acquista un sapore diverso. Sempre nuovo e piacevole. Non certo per chi (in questo caso il turista, non il viaggiatore) continua a chattare come non ci fosse domani, chiede ogni due minuti quanto manca, programma per filo e per segno che cosa farà il giorno dopo, e poi quello dopo ancora. E, giunto a destinazione, esclama la cosa più esecrabile si possa sentir dire: Ma questo posto assomiglia a … No, noi viaggiatori vi possiamo perdonare (quasi) tutto, ma non ciò. 

Dopo queste considerazioni più o meno amene, eccomi qui seduta comodamente in aereo per andare da Milano a New York, la mia città del cuore. E dove mi aspetta L, splendida amica conosciuta undici anni fa e da allora mai più incontrata. Ma da quel Capodanno 2008 ci siamo sempre scritte, inviato foto, seguite negli avvenimenti delle nostre rispettive vite.

Sapete come succede, no? In viaggio può capitare di conoscere un mare di persone, eppure, anche se con tutte vi scambiate indirizzi baci e promesse di restare in contatto, solo con una o due a massimo lo fate per davvero. Perché scatta un’empatia che al di là delle differenti età, culture, modi di vita, travalica tutto ed è destinata a restare per sempre. Poteva succedere di tutto 11 anni fa quando ti lasciai un messaggio sulla segreteria telefonica prima di partire, dicendoti in un italiano pronunciato a velocità quasi incomprensibile anche per un altro italiano, che ero la quasiparente di un tuo conoscente e che avrei alloggiato all’Hotel Taldeitali. Poi partii volutamente senza il cellulare perché desideravo un autentico stacco dalla mia routine milanese e soprattutto volevo constatare se NY d’inverno fosse magica come nei film americani. E dimenticai completamente quel messaggio telefonico.

Poteva succedere che il 31 dicembre, tornata in albergo rassegnata a trascorrere la serata con gli italiani (troppi!) che come me vi alloggiavano per le feste, trovassi sul telefono in camera un tuo messaggio che, dopo avermi informato che nella Grande Mela erano ben quattro gli hotel con lo stesso nome del “mio”, mi diceva di avermi trovata al terzo tentativo. Successe che mi invitasti a festeggiare la fine del 2007 in un ristorante greco con altre sette donne, e successe che fuori dalla porta del locale, mentre mi aspettavi, ti riconobbi” e tu “riconoscesti me”.

Poteva succedere di tutto, per l’appunto. Successe che alle due del mattino in taxi, al ritorno, persi la busta con tutti i contanti che mi dovevano servire per il vitto e le spese di una settimana. Alle tre eravamo già al telefono; tu facesti un inutile sopralluogo al ristorante e, dalla mattina successiva tu, vent’anni meno di me, non solo mi mantenesti ma in pratica mi adottasti: tornavo in hotel la sera e arrivava immancabile la tua telefonata, per assicurarti che fosse andato tutto bene…

Mia cara L. quante risate e foto e chiacchiere anche serie in quei giorni in cui mi mostrasti la NY dalla parte di chi ci abita e lavora. E con quanto affetto ci siamo sempre informate l’una dell’altra: nel frattempo- mentre io invecchiavo e combinavo un po’ di casini – tu ti risposavi con un italiano e avevi una bambina. E ora mi aspetti a casa tua, nella camera che hai preparato per me.

Non occorrerebbe neppure scendere da quest’aereo. Mi spiego: in questo paio d’ore le righe che qui ho scritto al pc, fatte di ricordi e di pensieri e di parole scambiate con te in tutti questi anni, SONO GIA’ UN VIAGGIO. Potrò solo aggiungere al ritorno quanto sei bella e affettuosa e amica e tanto altro. Però ormai io ti ho già ritrovata. Per me anche questo è viaggiare.  (Continua) (1)

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...