Giallo Natale

Suono, colore e sapore di una riflessione “stagionale”

Di Andrea Tomasini – giornalista scientifico


Un campanello. Un cicalino, per esser più precisi. Sordo e vibrante. Percepibile, senza che però sia distinguibile da dove provenga. Tanto è vero che più di una volta prima ho teso l’orecchio e poi mi  sono alzavo per andar a vedere chi fosse, immaginando che avessero suonato il campanello del piano di sotto. Ma affacciato in finestra no, non c’era nessuno davanti al portone. Magari era uno scherzo idiota – come idiota sono stato io le volte che ho suonato e son scappato. Ho deciso che mi sarei sincerato se non fosse davvero qualcuno alla porta solo nel caso le scampanellate –ammesso che fossero tali- giungessero a esser reiterate per tre volte con insistenza. Ma non è mai successo. Per cui non ci ho fatto più caso.

Però ogni tanto, quel cicalino di nuovo e più volte ho continuato a sentirlo. A ripensarci avrei dovuto oggi obiettare all’anziana genitrice con il racconto di come riesca a cogliere questo sottile suono, quando a pranzo mi sollecitava ad approfittare dell’esame audiometrico gratuito in farmacia. Però non l’ho fatto – non ho obiettato, né mi sono sottoposto alla misurazione dell’udito.

Il fatto è che questo cicalino non è regolare né periodico. Suona sempre con la stessa tonalità, ma non sempre per lo stesso tempo. A volte va al raddoppio. A volte si protrae. Altre volte ancora da solo un colpo secco. Non ha regolarità di manifestazione – anche se mi sembrava all’inizio si concentrasse nel cuore del giorno. Che poi è anche quando arrivano i pacchi – per questo lo avevo associato allo scampanellio del cicalino che suona al piano di sotto. Ma poi, prestando attenzione, incuriosito come lo si è delle cose banali ma misteriose, quelle di cui credi dietro ci possa esser una cosa semplice da individuare – così semplice e prossima al banale da incaponirtici a riflettere per svelare il mistero- ho sentito, anzi no: ho udito il cicalino anche la mattina molto presto. Per cui anche la fantasiosa congettura che lo poneva in ipotetica connessione con la consegna dei pacchi è venuta meno.

Sinceramente non so da quando mi è diventato abituale sentirlo. Ho anche smesso di credere che fosse come per il terremoto. Per anni, e a volte ancora adesso, mi son trovato a indagare il minimo movimento del lampadario, quando il rumore avrebbe potuto far pensare che qualcosa sotto i piedi si fosse mosso. In realtà alla fine quasi preferivo fosse il terremoto, piuttosto che fossi io a sentirlo anche quando nulla si muoveva. Inquietudine da scossa; certo da tempo quella vibrazione fisica mi abita dentro – indipendentemente se la terra si muova o meno e con essa tetto e pavimenti e muri- così come io abito con i puntelli dentro casa a dar manforte ai solai con i puntelli a forma di cristi che li sostengono. Ci si abitua a tutto, nel disordine esistenziale di chi vive nella precarietà. Potrebbe tutto ciò valere anche per il l’inquietante cicalino. Perché magari quel “buzzz” inspiegabile è un suono di dentro, magari suggerito da un’attesa che giunga qualcosa di inaspettato e gradito – o temuto ed evitato. Ma se per verificare una scossa mi è sufficiente alzare lo sguardo al lampadario, in caso di campanello suonato mi devo alzare per verificare che nessuno sia al portone in attesa che gli si apra.

A furia di congetture mi sono annoiato. Per giorni ho accantonato cicalino, mistero e ricerca della spiegazione plausibile. Quando ti capita di sentirlo dissimula indifferenza, non perdertici dietro a cercare – mi son detto, per metter a tacere la curiosità insoddisfatta.

Più facile a dirsi che a farsi.

A onor del vero gli è che da qualche giorno al cicalino s’è aggiunto – a volte, ma non infrequentemente, in sequenza successiva e di durata non breve -un ronzio insistente e a volte prolungato cui segue, a chiudere, uno scatto sonoro ma sordo. A volte lontano, a volte più vicino. Poi di seguito il silenzio. Prolungato così tanto da aver tempo di distrarsi e pensare ad altro – incluso il fatto di tornare alle proprie occupazioni. Il fatto è che questa nuova sequenza a distanza variabile avveniva in assenza di alcuna connessione immaginabile con alcunché. Però questa prossimità e queste variazioni hanno contribuito a farmi maturare la convinzione che non fosse una mia suggestione a dare corpo a questi rumori.

Ho comunque dissimulato la mia curiosità, anche perché  a chi posso chiedere?

All’anziana genitrice che è già prossima a dubitare delle mie facoltà uditive?

Ai vicini?

Nei due portoni a monte del mio – i cui giardinetti si affacciano sulla valle chiusa dal colle sant’Elia su cui si erge la Rocca- nessuno entra più da tempo. Uno è chiuso da prima del terremoto, l’altro è con il terremoto che si è chiuso. Inagibili e spopolati – si può scegliere cosa sia accaduto prima- ma il risultato è che sono vuoti. Nel portone più vicino, scendendo, abita un amico che sfida il vuoto della precarietà – abitare è esserci- però non lo incontro così spesso; in questo periodo poi si va in giro ancora di meno e non ho avuto occasione di domandare. Andando più giù per la via ci sono pochi altri spargoli abitanti sopravvissuti della caparbietà che vivono ancora in questo centro storico fantasma. Certo, potrebbero anche loro aver avuto l’occasione che quel “buzz”, insorgendo nel silenzio consueto colmo dei pochi rumori, abbia distratto l’attenzione incuriosendoli. Ma che faccio? Suono e gli chiedo se anche loro abbiano la mente distolta dalle attività quotidiane da un rumore che non è forte, che non sovrasta, anzi che s’insinua e s’assesta nel giorno come una abitudine che però gli inceppa il tran tran?  Mi sento scemo solo a pensarci. Anche se immaginare le espressioni di quei volti che dicono no, non l’ho sentito, non ho capito di cosa mi stai chiedendo – quelle espressioni per come me le immagino un po’ mi divertirebbe osservarle mentre costernate mi spiegherebbero che “No, da qui sento solo i galli al mattino … in lontananza le macchine che scorrono sulla Flaminia, e poi le campane di sant’Angelo che suonano per mezzogiorno e i vespri e poi quando annunciano la funzione …”

Amo il silenzio, ma voglio scuotermelo di dosso se si popola di suoni inspiegati che polarizzano la mia attenzione, che se ne impossessano e la richiamano a un ordine delle cose che non riesco a spiegarmi e in cui mi ritrovo a disagio. Quel buzz, seguito da un breve ronzio, è un richiamo a star desti, interferisce con il cuore dei miei pensieri richiamandomi ad altro da cui forse non dovrei esser distolto– quel cicalino è come il campanello che suona al momento della consacrazione durante la messa. Suona per tenermi ancorato a riflessioni che potrei e forse dovrei fare, se solo riuscissi a capire di cosa si tratta. Insomma non è la distrazione, ma la forma sonora di una concentrazione da cui non devo distogliermi. Una spia acustica, un allarme che dovrebbe segnalarmi qualcosa, ma non so cosa…

E’ un novembre, quello di quest’anno in cui ancora non fa molto freddo e non è piovuto molto. È il Covid ad aver il sopravvento comprensibile su tutto. E il fatto che ci siano a volte giornate così dolci di temperatura suggerisce di aprire le finestre – e cambiare aria fa bene. A volte al mattino mi alzo e ancor prima di far colazione mi metto seduto alla scrivania, incastrato tra le due file di 4+4 puntelli. Poi quando stacco -non infrequentemente mi rendo presentabile soltanto nella tarda mattinata -mi accudisco, sgranocchio qualche mandorla con un frutto ed esco, lasciando la portafinestra della camera da letto aperta. Non così l’altro giorno. Ho invertito la sequenza.

La sera prima m’ero attardato a leggere. La notte si è poi popolata di incubi, inseguimenti, minacce, salvataggi e aerei persi dopo faticose corse per giungere in tempo alle connessioni, senza però riuscirci. Al risveglio, affaticato, ho optato subito per la doccia. Dovevo sciacquare via da dentro l’inquietudine per i ritardi accumulati e i voli persi. Il sole intanto fuori abbracciava la valle.

Ci sono giorni il cui è piacevolissimo stare seduti all’aperto e godere dell’affilato equilibrio tra temperatura fresca e calore del sole che ti avvolge. Affacciandomi mi sono accorto che era uno di quelli. Un autunno croccante per colori e temperatura. Riempio una ciotola con una mela e  qualche mandorla; prendo un coltello, una bottiglietta d’acqua  e da seduto, ma non alla scrivania bensì in balcone- avrei cominciato così la mia giornata en-plain-air.

Ingombra la vista da qualche tempo a destra una grande gialla gru, piazzata tra me e il convento di San Carlo, in linea d’aria interferendo con la vista della chiesa romanica di San Pietro. Una gru nuova, salita su non ricordo da quando.

È di un giallo vivace di un nuovo che urta, ma che per tonalità s’intona al quello delle foglie esauste prossime a cadere e finire. C’è un momento del giorno in cui la pioggia dei raggi del sole – accade nel tardo pomeriggio-  sembra cadere a vento. Non s’impone dall’alto ma obliqua e tangente la luce che s’irradia dal sole ormai basso s’appoggia sulle cose rafforzando il giallo delle foglie che muoiono, ma ancora non cadono dai rami. Quelle che sono a terra sono aranciate o incupite, d’un bruno cupo e  bruciato, quasi il colore della putrefazione. Toni di giallo intenso che rafforzano i cromatismi delle antiche case di questo borgo, che hanno resistito all’inclemenza del tempo ma non agli scuotimenti del terremoto – e ancor meno gli insulti dell’inerzia e dell’incuria forzata, all’erosione della indifferenza. I pochi restati sono persone che ci vivono con il coraggio dei sentimenti antichi dell’appartenenza a queste pietre. Sono case in cui sono morti i familiari e chi vi abita vive con i ricordi di quelle esistenze che hanno impregnato i muri rendendoli casa. Ricordi antichi, che contrastano con il nuovo di questa gru che incombe sulla valle – sgraziata, sovradimensionata, incombente.

Ma adesso è mattino e il sole è salito da poco alto nel cielo. La luce sgargiante mi fa socchiudere gli occhi per attenuare il riverbero. Cerco con lo sguardo la Rocca. Seguo i contorni dei profili dei colli, Monteluco e la sua croce, san Giuliano. Boschi fitti del verde cupo e profondo dei lecci rallegrato da macule di colorito giallastro più sensibili alla luce e agli effetti della stagione che prima di virare sui toni bruni arrossisce le chiome degli alberi dalle foglie caduche. Il foliage – oggi così si dice. I toni caldi dell’autunno che suggerisce la piacevolezza del focolare, degli affetti riuniti. Lo sguardo s’appoggia sul paesaggio che ho di fronte, ma mi porta lontano – a desideri e momenti trascorsi che sono lontani e resi inaccessibili dal tempo. Non c’è rimpianto, semmai nostalgia e dolcezza. Ma ecco che in un attimo torna tutto concreto e reale. Eccolo! Il cicalino fa “buzz” – mai come stavolta così netto, distinguibile, vicino. Finalmente visibile. E’ lei, la gru. La macchina sta manovrando. E’ la sorgente del buzz.

Quando si muove il cicalino preavvisa della torsione del braccio mobile per spostare da qui a lì il carico. Un carrello scorre sul braccio mentre questo gira sull’asse centrale della gru e le pulegge alzano il peso producendo un ronzio rapido che s’interrompe alla fine con uno scatto netto, giusto quando raggiunge la misura necessaria valutata e decisa dall’esperienza del gruista che guida il processo cui lavora la macchina.

Che bella parola “macchina”. Un congegno, con magari una serie di meccanismi, concepito dall’ingegno umano per potenziare di molto quello che l’uomo può compiere con le sue forze. A pensarci quasi suggerisce fiducia nell’umanità. Semplice e magnifica, questa macchina s’impiega da millenni per sollevare e spostare merci e materiali quando dislivelli e ostacoli al suolo non consentono di movimentare quanto serve alla costruzione in altro modo. Chissà come si fa a diventare gruista – se c’è un corso, dove si fa pratica, se si desidera diventarlo o accade per caso di trovarsi in quella cabina di regia logistica. Ci sono sogni e desideri che da bambini sono intensi e da adulti rischiano a volte di affiorare come semplici curiosità.

La guardo assorto, mentre si muove e si avvicina e si allontana secondando il lavoro dei muratori che disfano e rifanno i muri lesionati per ripristinarne la portanza. Là, la gru già c’è. Qui han detto che dovranno montarla, che dovremo lasciar casa per almeno 6 mesi, lasciarla a loro per consolidare e rendere di nuovo abitabile queste mura che da oltre 200 anni i miei hanno abitato. Mai, per così tanto tempo qualcuno di noi sarà mancato da questa casa. Ma non si sa quando accadrà.

A breve sarà Natale. Anche quest’anno –come negli anni precedenti- chi ha accesso al ballatoio che appoggia sull’arco che, a metà via Monterone, connette i due alloggi antistanti, addobberà, con festoni e luci intermittenti gli elementi di cosmizzazione post-sisma.  Si tratta di travi d’acciaio e supporti in legno fissati per reggere le strutture e là collocati a mitigare la devastazione del terremoto, per sostenere l’esistente lesionato. Se da un lato l’addobbo di quel cavalcavia a loggia suggerisce un desiderio di normalizzare il trauma subito, dall’altro ne sottolinea l’evidenza e finisce assurdamente per attestare una sorta di coscienza della temporalità, proprio nel tentativo di negarla. Quel gesto d’addobbo è un gesto per comunicare l’affermazione dell’esistenza di chi c’è e abita non solo quell’appartamento -in quella via in quel paese- ma anche la storia – che certamente è fatta di un oggi eternamente differente da ieri e da domani, ma costituisce anche la tragica rappresentazione di contraddizioni ineliminabili che si susseguono e non si compongono.  

Quest’anno, ad esempio, l’anniversario della grande scossa di terremoto, quella che ha cambiato faccia a 1000 chilometri quadrati nel cuore dell’Italia non è stata ricordata quasi da nessuno. A quella ferita se n’è sostituita un’altra più pressante e rapida – la ferita aperta è comprensibilmente l’epidemia, e siamo ben lontani dall’immaginare quando si possa rimarginare. Il “ciclopico monolite” s’è sfranto. Non ci può esser competizione tra emergenze in cui turbina “un pulviscolo di mondi infinitesimali, sicuri nella loro eterogenicità senza giudice di incorporar ciascuno la verità, di adeguare ciascuno la ragione”*.

Senza la regolarità dell’intermittenza delle luci natalizie, con sequenze che rasentano l’assurdo – ma in realtà (ammesso che questo sia un modo di dire che custodisce un senso) in realtà si tratta di allarmi sonori successivi semplicemente casuali nel manifestarsi – quel cicalino suggerisce – sento mi impone – di prestare attenzione alla precarietà del tutto, a non distogliere lo sguardo dalla fragilità.

Sono con la mente andato troppo lontano. In realtà il cielo è azzurro, il sole splende e mi scalda, mentre me ne sto qui seduto in balcone. L’ultimo spicchio di mela che tengo ancora in mano mi s’è annerito un po’. La polpa del frutto, messa a nudo s’è ossidata, ancora buona da mangiare ma meno bella da vedere. Le mandorle le ho mangiate senza accorgermene. La bottiglietta dell’acqua è vuota. Non mi rimane che mangiare l’ultimo spicchio per finire la mela e iniziare …

La mangio con la buccia e mastico lentamente. Iniziare, si, certo –nonostante tutto è ancora mattino.

* Giuseppe Rensi, “Lineamenti di filosofia scettica”

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