Quando il Natale serve agli Over soli per dare un nuovo senso a se stessi

L’esperienza di “telecompagnia” di una professionista ci racconta  di due anziani che nelle festività  rompono con la quotidianità per aprirsi agli altri

Di Paola Esposito  – psicologa, psicoterapeuta

Ecco due belle storie raccontate dalla dottoressa Paola Esposito, tratte dalla sua attività  svolta nel sostegno agli anziani, nell’ambito della “telecompagnia”.

Ho sempre vissuto il periodo di Natale come il più bello dell’anno, felice di condividere il mio vissuto con molti dei vecchietti che chiamavo al telefono: in quei giorni di festa, le emozioni e i vissuti assumevano una forza diversa, perché tutto era amplificato. I lutti, i bei ricordi, l’infanzia ritornavano nei pensieri; trascorrevamo insieme ore a parlare del passato e della festa che stava per arrivare.

Tra le tante storie di vita che ho avuto il privilegio di ascoltare, ho scelto di raccontarne due che mi sono rimaste nel cuore, e che spesso mi ritornano in mente.

La prima è quella di Rosina, una signora ottantacinquenne, vedova ormai da dieci anni, senza figli. Nelle nostre lunghe conversazioni telefoniche mi raccontava spesso dei Natali trascorsi con il marito, i suoi genitori e le sue sorelle, e della gioia passata insieme preparando piatti caratteristici e giocando a tombola.

Mi ripeteva spesso di quando da ragazza cantava nel coro della chiesa e di quanto i parrocchiani fossero entusiasti di ascoltare le voci dei bambini nella notte di Natale. Purtroppo con il passare degli anni tutto era cambiato, perché le energie si erano sempre più affievolite e tanto delle tradizioni si era progressivamente perso.

Foto di Paige Cody – Unsplash

Rosina però, per affrontare la solitudine che negli ultimi anni l’accompagnava e che pesava particolarmente nel periodo natalizio, aveva iniziato a creare all’uncinetto piccole bambole di cotone bianco da appendere all’albero di Natale. Per ore parlavamo della tecnica impiegata per creare questi piccoli capolavori…. Una volta mi disse che aveva anche provato a dipingerle, ma poi aveva deciso di lasciarle bianche perché quello era il suo colore preferito.

Il periodo natalizio per Rosina iniziava in settembre, il mese in cui lei dava inizio alla creazione delle sue piccole bambole, sempre diverse, sempre con qualche dettaglio che solo in pochi avrebbero saputo riconoscere. Parlando con lei, comprendevo sempre di più il bisogno di questa donna di sentirsi utile e di avere uno scopo nella vita.

Rosina si sentiva appagata grazie alle sue bamboline da appendere all’albero, come palline.

Un giorno mi confessò che l’idea di creare questi piccoli oggetti le era stata suggerita da una bambina che viveva nel palazzo, perché era stanca di vedere sempre le stesse decorazioni sul suo albero, e vedendola spesso lavorare all’uncinetto le chiese se poteva fare qualcosa anche per lei.

Da quel giorno erano passati otto anni, e Rosina mi raccontava come grazie a quella richiesta fosse riuscita a dare un senso alla sua giornata: prima di allora, dopo la morte del marito, trascorreva tutto il tempo nel ricordo del passato.

Le bamboline di Rosina erano diventate negli anni un appuntamento fisso per i condomini del palazzo, che aspettavano come una tradizione le creazioni di questa donna, che tra lo stupore di tutti riusciva ogni anno a creare delle bambole diverse.

La scelta non era stata casuale per Rosina, la quale mi raccontava che, nella sua infanzia trascorsa in un piccolo paese del Friuli, non aveva avuto giocattoli: quando vedeva, nel periodo delle feste, una vetrina con delle bambole avrebbe tanto desiderato possederne una, ma la sua famiglia era numerosa e c’era la possibilità di acquistare solo lo strettamente necessario.

Spesso, quando parlavo con lei, pensavo quanto il Natale, per questa donna, avesse assunto una dimensione temporale diversa, prolungata nel tempo, lo stesso tempo al quale Rosina aveva necessità di dare un senso.

L’altra storia è quella di Aldo, il quale per la sua malattia  viveva su una sedia a rotelle.

Aldo era un uomo solo, non si era mai sposato, aveva vissuto per anni con sua madre e suo fratello, che negli anni si erano ammalati, prima uno poi l’altro, fino a lasciarlo da solo.

Raramente, malgrado le migliaia di chiamate di compagnia fatte da me negli anni, mi era capitato di conoscere un uomo tanto solo. Sapevo che Aldo nonostante la sua disabilità si era ben organizzato ed era un uomo molto indipendente: quando aveva bisogno si faceva aiutare da un’assistente domiciliare, ma trascorreva da solo gran parte della settimana.

Il primo anno in cui ebbi occasione di sentirlo al telefono mi chiedevo spesso come trascorresse il Natale, tanto più perché era una persona poco interessata alle relazioni umane, e che per sua scelta raramente usciva dal suo appartamento.

In gioventù Aldo aveva gestito assieme al fratello un’officina meccanica, che si trovava in un quartiere centrale di Roma e aveva molto clienti. Oltre al lavoro, che svolgeva con grande dedizione, amava cucinare, e riusciva sempre a sorprendermi, nelle nostre conversazioni, grazie alla descrizione dettagliata che mi regalava dei suoi piatti.

Foto di Charles Deluvio – Unsplash

Ho creduto per mesi che quest’uomo continuasse a rimanere da solo anche durante le feste di Natale: al contrario, la sua vita solo in quei giorni cambiava radicalmente. Le giornate a ridosso del Natale Aldo le trascorreva a preparare le sue ricette preferite, che nel giorno della festa avrebbe scambiato con molti dei suoi vecchi clienti: questa per lui era la tradizione nei giorni di festa.

Fin dalle prime conversazioni la sua storia mi era apparsa originale perché quest’uomo, a differenza di tanti altri, mi trasmetteva tanta sicurezza e autonomia, pur vivendo una condizione di vita tutt’altro che semplice.  Aldo era molto malato e si muoveva in casa sulla sedia a rotelle, eppure non percepiva la sua condizione come un ostacolo, e viveva come libertà la sua solitudine. Quella stessa solitudine che interrompeva a Natale, come a sottolineare che in certi momenti condividere la socialità è importante.

Da Rosina come da Aldo ho imparato che ci sono diversi modi di intendere la festa, ma una cosa accomuna le due storie: il vivere il Natale, comunque sia andata la vita, come un momento diverso, una rottura dalla quotidianità che ci porta a valorizzare ciò che siamo in quel momento.

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