GENERAZIONE F Qualcosa non ha funzionato

Per la serie  non è vero ma ci credo avevo fatto tutto, quel 31 dicembre 2019.  Ma proprio tutto.

Per la quarta volta consecutiva trascorrevo l’ultimo dell’anno in compagnia dell’amica Giovanna Nocetti, in un locale dove si sarebbe esibita cantando come solo lei sa fare. Con lei sul palco un altro artista: Fabrizio Voghera, che rivedevo molto volentieri, anche perché in compagnia della moglie Enza, conosciuta ad un San Silvestro di qualche anno prima, quando mi aveva prestato un paio di polacchine basse per scatenarmi in pista, impedita dai tacchi su cui, testardamente, avevo voluto inerpicarmi quella sera, pur non sapendoci camminare, figuriamoci ballare …

Come di rito chiesi a Gio di cantare “New York New York” più il brano che adoro, “Dietro un grande amore”, scritto da lei assieme a Paolo Limiti.

Ad un certo punto mi si palesò davanti, inaspettatamente, il prof, ossia Antonino Di Pietro (nostro collaboratore di punta) che con la moglie aveva scelto lo stesso locale per dare il benvenuto al magico 2020. Che anno fortunato, pensai! Né poteva essere diversamente un anno composto, come per magia, dalla successione dei numeri 20-20. E quando mai sarebbe ricapitato?

A mezzanotte in punto, come sempre, mi alzai in piedi (in forma di rispetto per il nuovo anno) e brindai intingendo la lingua nello champagne (non bevo, ma a Capodanno ritengo un obbligo assaggiare le bollicine). Seguì la chiamata d’auguri del mio migliore amico, Jurij, che ovunque si trovi (sia pure in ospedale dove lavora come medico), è costretto dalla sottoscritta a telefonami, sfidando le linee superintasate, per essere il primo. Lo so, che debba essere un uomo la persona che fa gli auguri per prima è un retaggio sessista ed io, che ho appoggiato e lottato per le cause femministe, non dovrei confessare questa debolezza. E anzi dovrei vergognarmene. Ma i rituali vanno rispettati. Guardai l’orologio: ore 12.02: giunta la telefonata, potevo abbandonarmi al resto. Che comprendeva: baci a tutti coloro che mi capitavano a tiro, “trenino” (sì, trenino…), coro a squarciagola e senza imbarazzo delle consuete canzoni di Capodanno: Pepe pepe pepe Disco Samba, Zazueira, Charlie Brown, I will survive, e così via di questo passo.

In quel locale non ci facemmo mancare nulla: perfino ballerine brasiliane o pseudo tali, che sculettando si unirono al nostro trenino, con grande gioia dei maschietti presenti.

Seguii tutte le tradizioni fino in fondo: dopo la cena, mangiai di gusto il cotechino (anche se non mi fa impazzire, il primo gennaio è d’obbligo) e le lenticchie (feci il bis e forse anche il tris, sapendo che sono simbolo di denaro) e tornai a casa verso le quattro del mattino, soddisfatta di iniziare quello che si prospettava un anno eccezionalmente positivo.

Al risveglio mi sentivo davvero su di giri e, bevuto il primo caffè, portai fuori Holly sperando, come ogni primo gennaio, di incontrare per primo un uomo, bambino, adulto od Over, basta che fosse maschio (altre credenze sessiste, lo so, su cui però mi pare lecito sorvolare semel in anno). E davanti al portone mi incrociai non con uno, bensì con due uomini: che razza di anno sarebbe mai stato, pensai!

In effetti lo è stato, come ben sappiamo. E allora perche continuo a pensare che qualcosa non ha funzionato?

Comunque sia, incrociando le dita e toccando ferro o legno (a seconda dei casi o, meglio, dei Paesi) e sempre fermamente convinta di non essere per nulla superstiziosa, auguro a tutti buon anno.

                                                                                                        Minnie Luongo

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