Oggetti Smarriti

Radioline portatili, giradischi, telefoni fissi… quanti oggetti sono usciti dalla nostra vita?

Di Paola Emilia Cicerone – giornalista scientifica

“Sai che non è facile trovare una radio?”: è stata una frase buttata lì – si parlava di una radiolina portatile semplice da usare per un familiare anziano – a farmi riflettere su quanti oggetti siano usciti dalla nostra vita. Quando ero bambina a Roma, la sera del 31 dicembre, era tradizione buttare dalla finestra “la roba vecchia” per lasciare il posto al nuovo.  Forse non è male che la raccolta differenziata e le riciclerie abbiano rimpiazzato l’usanza, poco civile e non priva di pericoli, visto che più di qualcuno si è trovata l’auto ammaccata da televisori o frigoriferi improvvidamente scaricati dai piani alti. Allora però, sto parlando degli anni ’60, in genere le cose vecchie erano semplicemente rimpiazzate da nuovi modelli. C’erano già oggetti desueti o usciti di produzione: le carrozze, per dire, o i ferri da stiro a carbone. Ma non ce ne accorgevamo, tutta quella tecnologia ci pareva modernissima e destinata a durare.  E invece? Guardando indietro, in una delle tante pagine web  dedicate alle nostalgie, (www.dailybest.it/society/gli-oggetti-simbolo-di-unera-che-oggi-non-esistono-piu/) , ci torna alla mente che una volta c’erano i giradischi per suonare i dischi in vinile, e i mangiadischi da portare in giro per noi ragazzi. E se ancora o (www.dailybest.it/societ u/) , ci torna alla mente che una volta c’erano i giradischi per suonare i dischi in vinile, e i mangiadischi da portare in giro per noi ragazzi. E se ancora oggi si dice “suoni come un disco rotto “ è perché la puntina del giradischi poteva saltare su un 45 giri troppo sfruttato, ripetendo a oltranza una frase musicale. Anche oggi ascoltiamo musica, e gli appassionati dei dischi in vinile esistono ancora, ma in genere i supporti – si tratti di dischi o di cassette – sono diventati desueti, perfino i CD ci sembrano qualcosa di superato. Viviamo in una cultura dell’immateriale in cui la funzione – in questo caso ascoltare musica – non ha bisogno di un apparecchio dedicato. Lo stesso vale per la fotografia: sempre più spesso scattiamo con cellulari o tablet, e comunque sono sparite le pellicole, croce e delizia della nostra giovinezza. Chi non ricorda il momento in cui si ritirava la busta con le foto sviluppate, scorrendo con ansia i rettangolini di carta che esibivano o i nostri capolavori o più frequentemente la nostra incapacità di scattare un’inquadratura giusta?

E i telefoni fissi? Esistono ancora, ma l’immarcescibile telefono bigrigio Siemens, in produzione dal 1962 al 1993, ha ceduto il passo a modelli più moderni e senza disco, spesso “ cordless”, e c’è chi al fisso ha rinunciato del tutto, e si affida solo al cellulare. Di cui è difficile fare a meno, anche se siamo cresciuti in un mondo in cui spesso, per sapere se qualcuno poteva uscire con noi, l’unica soluzione era attaccarsi al campanello, essendo il telefono di casa spesso monopolizzato dagli adulti, o peggio nella famigerata opzione duplex, ossia condiviso con un altro utente che in genere tendeva a utilizzarlo quando aspettavamo una chiamata importante.

Molti anni dopo, sarebbero arrivati i primi telefoni da automobile – un sollievo per chi come me all’epoca lavorava a Roma tra i palazzi del potere, e per le chiamate importanti si era sempre affidato alla Batteria, il mitico servizio telefonico del Viminale in grado di rintracciare velocemente politici o Vip. Non ci credevo neanche io, ma ho controllato ed esiste ancora, anche  se immagino che i cellulari semplifichino loro la vita.

D’altronde,  quando sono entrata per la prima volta in ufficio nel 1984 mi è stato mostrato con orgoglio il telefax, all’epoca moderno servizio di trasmissione documenti, e negli stessi anni le fotocopiatrici stavano rimpiazzando il ciclostile con cui per anni molti di noi si sono sporcati non metaforicamente le mani. Poi sono arrivati i computer e molto altro. Parecchi oggetti hanno cambiato forma – pensiamo ai televisori, sempre più sottili – o si sono arricchiti di funzioni un tempo impensabili. Una rivoluzione preziosa, che ci ha cambiato la vita, ma che ha un costo non solo economico, considerando la quantità di materie prime utilizzate e di rifiuti prodotti. Sempre più spesso si sente parlare di obsolescenza programmata, il meccanismo per cui elettrodomestici o altri apparecchi sono programmati per durare poco, ed essere sostituiti da modelli più nuovi. E per computer e telefoni spesso bastano i nuovi programmi a rendere velocemente desueti apparecchi perfettamente funzionanti.

Qualcuno però sta cominciando a ribellarsi : da qualche anno è nato Right To Repair, un movimento europeo per la lotta contro l’obsolescenza https://repair.eu/ ; esiste una giornata dedicata al tema (International repair day, il 17 ottobre) e , in molte città,  nascono atelier o repair caffè ( info www.nonsprecare.it/restarter-italia-riparazione-oggetti-volontari ) in cui si può chiedere aiuto o imparare a rimettere in uso i propri apparecchi col supporto di un esperto. Tutto sommato, forse questi oggetti un po’ appassiti ma spesso ancora funzionanti sono l’ultima cosa di cui abbiamo davvero bisogno di liberarci…

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