La divisa di Figliuolo

Il secolo scorso indossare la divisa  voleva dire aver successo, specie con le donne. E oggi?

Di Marco Vittorio Ranzoni- giornalista

Meritato successo dei “Ragazzi del ’99”: centinaia di migliaia di giovanissimi che, neppure diciottenni, vennero precettati durante la prima guerra mondiale

La divisa di Francesco Paolo Figliuolo è divisiva, inutile negarlo. Alcuni ci vedono finalmente l’immagine dell’uomo che sa prendere decisioni nei momenti difficili, altri sono a disagio, e taluni addirittura paventano una deriva autoritaria. Tanti si chiedono se sia davvero necessario che indossi la divisa mimetica, che fa tanto generale Buttiglione, con tanto di cappello da alpino colla piuma al vento.

Mi sa che non ha molta scelta: da generale di corpo d’armata in servizio permanente effettivo, quale che sia il ruolo affidatogli durante questa emergenza sanitaria, resta un militare e non può mostrarsi in giacca e cravatta. Probabilmente ha optato per la tuta mimetica perché l’alternativa sarebbe ancora più vistosa, obbligato com’è a mostrare le insegne e le decorazioni ricevute, un medagliere luccicante di almeno un chilo da tenere sul petto, che farebbe invidia a un ufficiale coreano. Però lo capisco bene, non è facile guardare all’uomo al netto della sua divisa. I maschi cinquanta-sessantenni di oggi, spesso non hanno mai vestito una divisa e le coetanee molto probabilmente non ne hanno mai subìto il fascino.

Il generale Francesco Paolo Figliuolo, commissario straordinario per l’attuazione e il coordinamento dell’emergenza epidemiologica Covid -19

Io avevo vent’anni verso la fine degli anni settanta. A Milano quelli non erano anni facili, ma a vent’anni sei talmente impegnato a vivere che non te ne accorgi. Capitava spesso di uscire la sera e venire fermati dalla polizia per un controllo dei documenti, per una perquisizione personale. E noi ragazzi vedevamo solo la divisa, mai il coetaneo che ci stava di fronte, reso più vecchio dalla violenza della strada. Un aneddoto che ha dell’incredibile, tanto per rammentare il clima: il padre di un amico, una sera d’estate, alla guida della sua auto, viene fermato ad un posto di blocco della polizia nella pianura  del Pavese. Mostra i documenti, lascia controllare il baule. Solita routine. Riparte. Tre chilometri più avanti, altro posto di blocco, dei Carabinieri stavolta. Stessa scena, solo che quando i militari sollevano il baule dell’auto cambia tutto in un lampo: è buttato a terra, in due lo immobilizzano e lo ammanettano, mani dietro la schiena, il viso sull’asfalto. Gridano tutti, lui non capisce nulla, prova solo dolore. Ha la canna di una pistola premuta sulla guancia. Imprecano. Passa un lunghissimo minuto, sente le sirene spiegate di altre auto, le frenate brusche. I militari parlano tra loro, lui non capisce, poi silenzio; passa un altro minuto di terrore. Viene fatto rialzare, gli tolgono le manette e gli ordinano di ripartire subito, nessuna spiegazione. Ha le gambe che tremano, ma in qualche modo riparte nella notte. Giorni dopo, grazie ad un amico nell’Arma e non senza imbarazzi, riesce a ricostruire l’accaduto: un poliziotto del primo blocco stradale, nel perquisire il baule, aveva appoggiato un attimo la mitraglietta sul fondo e l’aveva dimenticata lì.

Li hanno chiamati anni di piombo. L’atmosfera era tesa, nervosi e stanchi erano gli agenti che tenevano puntate le mitragliette, ne vedevi il vivo di volata e non era piacevole. Le scuole e le università erano ancora luoghi di fibrillazione, di scontro. Si studiava poco, sembrava che altre cose fossero più importanti: per lo più ci si illudeva di fare politica, di essere in qualche misura protagonisti di un mondo in fermento. Assemblee, occupazioni, manifestazioni, cariche della polizia, sgomberi, lacrimogeni, slogan che adesso, a ricordarli, fanno sorridere e un po’ vergognare. Sembrano passati cent’anni. Le divise piacevano poco, a noi ragazzi. Erano il simbolo di un potere che era ormai apertamente in discussione, del quale -quasi- si immaginava la fine senza avere ben chiaro quale potesse essere il nuovo ordine. Anche perchè Cina e Russia erano piene, di divise e carri armati. Sembrano passati mille anni.

Ho fatto il militare tardi, per via dell’università. Centro addestramento ad Albenga e poi assegnato a Milano per ragioni di studio ( mi mancavano tre esami e la tesi).

Quell’anno le Brigate Rosse avevano assaltato alcune armerie nelle caserme e quindi le consegne erano cambiate: si dormiva in caserma, libera uscita solo in divisa e servizio di guardia e picchetto con il colpo in canna. Ho sempre avuto culo, io…

Ci furono, manco a dirlo, diversi incidenti anche gravi, che ebbero poca pubblicità sulla stampa: del resto lasciare un fucile Garand calibro 7,62 – carico e con il colpo in canna – in mano a migliaia di ragazzini che ci avevano sparato magari una sola volta, mi è sempre sembrato un atto criminale.

Comunque ho fatto un po’ pace con le divise, da allora. Sarà anche che avevo molta simpatia per un lontano cugino, anche lui con una storia da raccontare. Soldato di leva durante la guerra, era stato promosso sergente. Un giorno, nella campagna d’Africa, la sua unità viene quasi accerchiata dalle truppe inglesi; il colonnello che la comanda cade quasi subito. Un maggiore prende il comando, ma è colpito anche lui. Il ruolo passa al capitano: muore. La situazione è drammatica, piovono i colpi di mortaio. Un giovane tenente, che mai avrebbe pensato di doverlo fare, sguaina la sciabola, deve prendere lui il comando, ma viene centrato in pieno petto. Sembra una tragica barzelletta, ma è tutto vero. I soldati si guardano attorno, non è rimasto nessun ufficiale.

Il sergente gira lo sguardo, sgomento: è ormai il più alto in grado, tocca a lui. Riesce a compattare la truppa e a ritirarsi senza subire altre perdite e salvando buona parte dell’attrezzatura. Di ritorno in patria il comando generale gli fa una proposta: può scegliere tra una medaglia d’oro al valor militare, raramente concessa a un militare ancora vivo e sicuro lasciapassare per un buon impiego nella vita civile, oppure può mettere la firma e rimanere nell’esercito, partendo dal grado più basso dei ranghi degli ufficiali: sottotenente. Lui rimane, scala  la gerarchia fino al grado di colonnello, nonostante i colleghi lo vedano come un parvenu: certi gradi dell’esercito erano riservati all’élite delle scuole ufficiali. Arriverà alla guida di un reggimento, dopo un incarico al distretto militare di Milano. Si congederà col grado di generale.

Ah, a proposito: quando toccò a me andare a militare andai a trovarlo proprio al distretto, per avere una raccomandazione e provare a schivare il servizio di leva. Era ovviamente in divisa, imponente, coi suoi occhi azzurri da triestino. Mi mise una mano sulla spalla e disse: “Farò il possibile, Marco, non dubitare. Senz’altro riuscirò a farti assegnare a Macomer. Vedrai, la Sardegna è bellissima e un anno là ti farà rifiorire”.

No, non ho timore della divisa del generale Figliuolo e non chiedo che si metta il completo grigio. Anche Bolsonaro è un militare di carriera, ma anche senza divisa mi fa paura. Il nostro probabilmente è una brava persona che sa fare il suo mestiere, se glielo lasciano fare. Forse un giorno potremo contare su un esercito di uomini e donne così preparati solo per aiutare nelle emergenze. Magari disarmati, senza il colpo in canna.

Geneali nordcoreani

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