Lo “psicolabile” . Un racconto ad hoc per allenare i neuroni

… e poi c’è la palestra per la mente, la ginnastica forse più utile per chi ha 60 anni: età dopo la quale è fisiologica una certa perdita di neuroni cerebrali

Di Andrea Tomasini – giornalista scientifico

Photo by Jorg Karg on Unsplash

L’edicola è una di quelle grandi, ha addirittura la porta per entrare, che ora in epoca Covid sta sempre chiusa e reca la scritta: “Si accede solo indossando la mascherina e uno per volta”. Sorge sul marciapiede prospicente una rotonda. Dietro c’è un parcheggio e un prato che degrada, in prossimità del quale, spostato di poco, un recinto con un cancello che ospita cani e padroni – i primi a scorrazzare, gli altri a chiacchierare. A destra, guardando l’edicola, sta una parte dei palazzoni – le torri- di Tor Bella Monaca. A sinistra una strada che finisce nel nulla va verso dei campi, con una sfilza di cassonetti dell’immondizia addossati al marciapiede. Volendo in fondo puoi svoltare a destra, per cui tecnicamente, sebbene la via s’arresti bruscamente, non è una strada senza uscita. Di fronte ai tanti cassonetti là assiepati, stavano parcheggiati in seconda fila due camion AMA, quelli grigi per la raccolta dei rifiuti.

All’angolo, dall’altro lato della stessa strada, riprende la teoria delle altre alte torri in cemento di edilizia popolare a delimitare fino alla fine una via parcheggio – è un’altra strada che finisce nel nulla, s’arresta. Da là in poi solo campi, prati verdi con qualche sentiero, pochi alberi. Se imbocchi quella via in macchina, per uscirne puoi solo ripercorrerla in senso inverso. Questo fatto che la strada finisca nel niente e che dietro a queste torri il nulla dei prati s’estenda quasi per fatti propri, ignorando le costruzioni, l’asfalto, il cemento – questo fatto mi dà la sensazione di essere in un avamposto dell’urbanizzazione proteso nella campagna in cui, come se si fosse dei coloni, è difficile vivere abitando lo spazio e il tempo di una transizione momentanea lasciata incompiuta. Più in là, parecchio più in là, sorgono altri agglomerati di costruzioni che rappresentano, dopo l’intervallo di questa vallata non edificata, la prosecuzione di Roma verso i Castelli. Siamo ai limiti, ma dentro l’area metropolitana, che non si capisce dove finisce e forse neanche dove inizia. Da qui il centro è così lontano che parlare di periferia è privo di senso – quando non sai dove stai, il centro non sei più neanche tu.

Come al solito ero in ritardo. Ho fatto la rotatoria, ho parcheggiato davanti all’edicola e sono sceso rapido per acquistare i quotidiani. Il fatto che fosse tardi mi aveva messo addosso fretta, ma non sufficiente per esser distratto. Mi accorgo che c’era come un assembramento – non ressa, ma certo più gente del solito attorno all’edicola. Non sono più i tempi che per compare il giornale facevi la fila, perché la domenica tutti disponevano di più tempo. Il tempo ora è tanto e per via della pandemia si è anche dilatato, ma forse leggere i giornali non so a quanti ancora vada. Più facile avere la tele sempre accesa – meno impegnativo e più rapido. Per tutto, tutti si va comunque di fretta. Le file si tollerano poco – si ha ansia di non perder tempo in coda e poi lo si accumula per trascorrerlo nella noia, lamentandosene. Si agisce sempre distolti da altro. Poi però qualcosa si deve pur fare. Stando tutto questo tempo dentro casa, magari molti hanno colto l’occasione per rinnovare e “far ordine”, espressione con cui non s’intende altro che realizzare nei fatti un elenco che includa le cose che restano dentro ed escluda le altre –che vengono alla fine buttate fuori. Ordine è pulizia e nettezza mentale, rasoio che taglia via non il superfluo, ma l’inutile e ciò che è la risulta dell’atto di consumo – lo scarto, il rifiuto.

In realtà non ho idea se Covid abbia prodotto un aumento dei rifiuti urbani, ma se fosse così meno male che là ci son tutti quei cassonetti che quasi mai ho visto vuoti.

Photo by Yunming Wang on Unsplash

Indugio un attimo per capire e mi guardo attorno. In prossimità dell’edicola erano tutti con mascherine sul viso, parecchi con nessun quotidiano o rotocalco in mano, e c’era anche chi ai giornali non era palesemente interessato. Erano tutti là per quello che stava accadendo – magari per poterlo raccontare come fatto del giorno, la notizia di cui parlare a pranzo, a casa, di ritorno… Non tutti stavano in prima fila sfrontatamente. C’era anche chi usava l’edicola per guardare da posizione riparata cosa stava accadendo dietro, poco più in là, come curiosi che per discrezione o timore vogliano vedere restando protetti. Mi sono accorto da piccole cose che qualcosa stava succedendo e che le persone che stavano là attorno erano richiamate da qualcosa. La mia sensazione è diventata certezza quando ho visto che tra di loro c’era anche il giornalaio. Non è la mia edicola, non è la mia zona, ma sono fisionomista: credo lo sia anche il giornalaio, giacché, appena mi ha visto mi ha salutato da dove stava ed è rientrato subito dietro il bancone. Anche lui era uscito per guardare e commentare. Il più stanziale di tutti sul luogo dell’accadimento, nessuno può dire la sua meglio di lui, iniziando il racconto dal principio. Un giornalaio che sta sulla notizia, finalmente. Siccome non capivo cosa stesse succedendo, chiedo – oltre ai soliti giornali- informazioni, facendo cadere con ostentata indifferenza: “Ma …che è successo?”. “Niente – fa lui ridendo- uno psicolabile che si è accampato là dietro con le sue cose e che non vuole che portino via l’immondizia. Ha fatto il diavolo…”.

Esco dall’edicola e vado anche io a sbirciare “là dietro”, senza però esser contagiato dalla ilarità con cui mi era stato riferito cosa stava accadendo.

Continua. ..

Il seguito dell’articolo fra qualche giorno all’interno della rivista Generazione Over 60 di maggio, sulla piattaforma Issuu. Non perdetelo!

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