Ai ferri corti

Il coltello: da progenitore dei pugnali da combattimento fino al suo uso nell’arte marziale di una specifica scherma

Di Marco Vittorio Ranzoni – giornalista

Collection from Knife Amnesty

Mi hanno sempre affascinato, i coltelli. Un po’ tutti, da quelli di uso quotidiano in cucina e a tavola a quelli svizzeri con mille lame e accessori, dai coltelli da contadino a quelli da scout, fino ai pugnali da combattimento. Sono spesso capolavori di artigianato e poi profumano di Storia.

Sarà che -se ci pensiamo- non esiste altro oggetto costruito dall’uomo col quale tutti veniamo a contatto quotidianamente in tutto il mondo. Se c’è un manufatto che idealmente raccordi la quotidianità del primo uomo con quella del suo progenitore peloso è proprio il coltello.

Abbiamo usato i denti e le unghie per millenni finché, magari per caso, un pezzo di selce o di ossidiana scheggiata ci ha spalancato la possibilità di tagliare i rami, scuoiare le prede faticosamente cacciate e difenderci. E da lì, questa straordinaria prolunga del braccio si è prestata agli usi più disparati. E ha sancito l’inizio del nostro potere.

Infatti sarà stata subito usata per far del male a qualcuno, magari di un’altra tribù, ma questo fa parte della storia dell’uomo e in fondo tutte le armi, anche le più moderne e micidiali, altro non sono che l’evoluzione di congegni che aumentano la capacità di offendere delle nostre mani.  La nascita di armi più efficienti ha certo oscurato l’importanza del coltello come arma, ma una lama è dotazione dei militari di qualunque esercito.

E nonostante i materiali siano cambiati e si siano evoluti costantemente, il disegno di base del coltello è rimasto sempre lo stesso. Quello che pugnalò Giulio Cesare è praticamente identico a quello che usiamo per tagliare il pollo.

Fabbricato via via con i materiali messi a disposizione dalla natura prima, e dalla tecnica metallurgica poi, passando dall’età della pietra a quella del rame, del bronzo e del ferro, è stato forgiato in miriadi di combinazioni, adattandosi ai più svariati impieghi.

Si è scoperto che nel 2600 a.C. gli Egizi erano già in grado di produrre un coltello chirurgico in bronzo. Sempre in Egitto, quando nel 1925, nella Valle dei Re, venne aperto il sepolcro del faraone Tutankhamon, tra le bende della sua mummia fu trovato un pugnale lungo 35 centimetri, con una stupenda impugnatura d’oro e la cui lama perfettamente conservata non mostrava alcun segno di ossidazione. Era posto aderente al corpo del faraone, in vista del suo incontro con l’aldilà. Un papiro del tempo parlava di un “ferro piovuto dal cielo”.

Il pugnale “alieno” trovato nel sarcofago del faraone Tutankhmon

Di quale materiale fosse costituita quella lama è rimasto a lungo un mistero, anche perché a quell’epoca gli Egizi non avevano ancora sviluppato la metallurgia del ferro e nell’area non esistevano miniere. Solo di recente un gruppo di studiosi italiani ed egiziani, grazie alla fluorescenza a raggi X, ha potuto stabilire con certezza che si tratta di metallo alieno, proveniente dallo spazio: un meteorite. Immaginiamo che valore simbolico potesse avere a quei tempi quel pugnale.

In Europa si suole far coincidere l’origine della moderna coltelleria con l’anno mille, epoca in cui la produzione dell’acciaio iniziò ad avere un certo sviluppo. Fino al XII secolo non c’erano coltelli individuali sulle tavole, i cibi venivano serviti già in pezzi e ognuno utilizzava la propria lama da caccia o il pugnale per infilzare i bocconi e portarli alla bocca. In Oriente era fiorentissima la produzione di lame ottenute con complesse lavorazioni, ma molte culture orientali, per esempio quella cinese e quella giapponese, abolirono presto il coltello a tavola considerandolo un’arma e non un oggetto destinato alla convivialità.

L’Italia ha una grande tradizione, sia di produzione di coltelli in generale che di impiego a scopo militare dell’arma bianca corta: l’abilità nell’arte marziale della scherma di coltello ci era ampiamente riconosciuta in tutta Europa, così come la supremazia dei nostri fiorettisti, spadisti e sciabolatori, in tempo di pace ci ha fruttato innumerevoli medaglie.

Il nostro Paese vanta innumerevoli variazioni nella forma e nel disegno dei coltelli a livello regionale e locale, sviluppatesi nei secoli per soddisfare soprattutto le diverse esigenze degli agricoltori alle prese con le differenti colture dello Stivale: probabilmente nella tasca di qualsiasi contadino ha sempre trovato posto un coltello.

Ma anche il grande fotografo Henri Cartier-Bresson non andava mai in giro senza un coltello in tasca, il suo amato Opinel. Lo utilizzava per tutto, a volte anche per minacciare le persone che lo infastidivano, visto che non aveva un carattere conciliante. Quando il suo amico e biografo Assouline gli chiese il motivo di questa abitudine, la risposta lapidaria di Cartier-Bresson fu: “Ha mai provato a sbucciare una mela con una Leica?”

Si dice che regalare un coltello porti male; antiche tradizioni sostengono che ne verrebbe meno il potere di chi se ne priva, che il filo della lama spezzerebbe inesorabilmente il legame tra offerente e ricevente rimandando in qualche modo alla volontà di separarsi, di rompere una promessa.

In certe culture chi riceve in dono un coltello si procura subito una piccola ferita, così da “placare la sete di sangue” della lama e scongiurare future disgrazie. Ma fatta la regola, pare si sia trovato l’inganno: il coltello deve essere simbolicamente “pagato” da chi lo riceve. Anche un centesimo è sufficiente.

E infine, il galateo impone di porgere sempre un coltello tenendolo per la lama: si faceva così anche quando, nel Medioevo, si era invitati a casa di amici e prima di mettersi a tavola a mangiare e bere (spesso smodatamente), si consegnavano i pugnali all’ospite. Meglio evitare inutili spargimenti di sangue.

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