Il sangue blu? Certo che esiste

Dalle elementari all’Università: ricordi e aneddoti scritti con l’ironia e la leggerezza insite nel Dna dei migliori Over60 DOC

Di Marco Vittorio Ranzoni – giornalista

Alle elementari mi hanno eletto addirittura capoclasse, per una settimana. Il capoclasse aveva il compito di segnare alla lavagna i buoni e i cattivi. Pensarci oggi fa rabbrividire. Non ho mai perso un anno di scuola, ma non ho mai brillato per profitto o diligenza, e ho ricordi vaghi delle scuole elementari e delle medie: si vede che ho rimosso in blocco la scuola dell’obbligo.

Io da bambino

Ad onor del vero un ricordo di seconda media me lo porto indelebilmente: durante un’interrogazione di scienze di fine anno il professore mi chiese la differenza tra sangue venoso e sangue arterioso. Io tentai di prendere tempo, perché non avevo studiato e la presi larga: “Anzitutto il sangue arterioso è rosso e quello venoso è blu”. Dal volto paonazzo del prof capii di avere detto qualche castroneria, ma il mio amico e compagno di banco, Atos, venne subito in mia difesa: “Ha ragione, prof, guardi sul libro” e prontissimo si alzò col libro aperto e andò verso la cattedra. Quell’anno io e Atos fummo i soli due alunni della Scuola Media Luca Beltrami ad essere rimandati in Scienze. Ma, diciamolo, una gag del genere non ha prezzo.

Delle medie superiori sarebbe meglio tacere: iscritto al Feltrinelli, perché nessuno (tantomeno io) ipotizzava un mio futuro universitario e allora un perito meccanico trovava facilmente un lavoro dignitoso, in cinque anni cambiai cinque sedi e dato che quelli erano gli anni delle contestazioni studentesche, quelle sedi le frequentammo molto poco.

Ciò si tradusse in un misero 36 alla Maturità (tuttora chiamo “professore” il mio amico Roberto che ottenne un beffardo 37), dopo che l’intera classe rischiò seriamente di non essere neanche ammessa all’esame di Stato per una sospensione a seguito di una pesante marachella (o se proprio volete un atto vandalico), ai danni della Fiat 124 blu del preside.

Forte del trionfo scolastico, partii con due amici, le tende e la mitica 2CV gialla(come quella di James Bond, ma prima di lui, ndr) per un viaggio che attraverso tutta la penisola balcanica ci portò in Grecia. Indimenticabile.

Al ritorno mio padre, conscio del genio di un figlio che – primo in famiglia – si era diplomato addirittura nei tempi stabiliti, pronunciò la fatidica parola: Ingegneria. Detto fatto. Piazza Leonardo da Vinci mi sembrava immensa, e il Politecnico una città kafkiana, austera e fuligginosa, con tanto di ciminiera.

Già all’acquisto dei libri di testo mi sorse un vago sospetto, che però ignorai, tutto compreso nella mia nuova veste di studente universitario.

In realtà il testo di Analisi  mi sembrava scritto in un’altra lingua, ma mi dissi che erano tutte fisime e che presto, frequentando le lezioni, mi si sarebbe dischiuso magicamente il mondo del Sapere.

Così non fu. Dopo alcune umilianti lezioni nelle vecchie, fascinose e stipatissime aule mi resi conto che qualcuno, al liceo, aveva studiato davvero. Altri, che condividevano il mio livello di impreparazione, si chiusero in casa giorno e notte per mesi per recuperare il tempo perduto e provarono a mettersi in pari.

Io imparai a giocare a biliardo.

Tentai un solo esame, quello di Disegno industriale. Ah, lì non mi avrebbe battuto nessuno, pensavo. Ero bravino col tecnigrafo, ma l’esame fu con foglio e matita. A mano libera. Così mi bocciarono e mi schernirono, dicendo che il disegno dal vero di un complicato pezzo meccanico era stato fatto in modo troppo preciso. “Così disegnano solo i periti meccanici”, mi disse il prof “non gli ingegneri: devi mettere su carta solo le informazioni essenziali, mica perderci due ore a fare le freccette a coda di rondine neanche fossi Giotto”.

Così mi misi di impegno e migliorai di molto il mio rendimento al biliardo, tanto che mi comprai una stecca.

Infine accettai la sconfitta e mi arresi. Mio padre non fu felice del mio fallimento come ingegnere, ma se ne fece una ragione. Così iniziai a cercarmi un lavoro. Paradossalmente, in quel periodo, molte officine meccaniche cercavano operai, ma nessuna voleva accollarsi un Perito. Insomma, vien da ridere a pensarci, ero TROPPO qualificato. Io a spiegar loro che non mi importava della qualifica o del livello, che avrei fatto qualsiasi cosa per imparare, ma quelli, diffidenti, nicchiavano. Così mi imbattei in lavori strani e temporanei, dal fattorino per le consegne di fiori (la 2CV, tolti i sedili posteriori, sembrava un TIR), al dimostratore di elettrodomestici, allo standista al Macef e alla Fiera Campionaria.

Fu lì, in Fiera, che per caso incontrai Ermanno, un mio compagno di scuola delle superiori. Con lui avevo condiviso gli anni debosciati fino alla maturità e non l’avevo più rivisto. Pensai che anche lui fosse alla ricerca di un lavoro( altri con cui ero rimasto in contatto erano già in officina), invece la sorpresa: andava all’Università.

Era di fretta, ma mi diede appuntamento una mattina a Citta Studi, facoltà di Agraria: “Non puoi sbagliare, è di fianco al Politecnico”.

E mi si aprì un mondo. Tanto era tetro e scostante il tempio degli ingegneri, quanto pareva una fiaba il cortile fiorito di Agraria. Forse esagero e sarà stata complice la primavera, ma i volti seriosi dei ragazzi vestiti da vecchi con la ventiquattrore in mano erano qui i visi sorridenti di ragazze multicolori che svolazzavano tra i giardini con abiti leggeri. Beh, detta così sa un po’ troppo di Eden, ma tenete presente che allora la presenza femminile al Politecnico, eccezion fatta per la facoltà di Architettura, si aggirava attorno allo zero. Lì invece era preponderante. Due mondi così vicini e così lontani.

L’Eden, ovvero la Facoltà di Agraria nei miei ricordi

Ermanno aveva lezione, e se ne andò dopo poco, indicandomi un’aula. Era l’aula magna; non potevo saperlo, ma lì avrei assistito alle più belle lezioni della mia vita. Entrai dall’alto, da una porticina e mi trovai nell’anfiteatro dagli alti finestroni, composto da ordini di lunghi banchi di rovere. L’aula era pienissima, mi sedetti nell’ultima fila. E fui fortunato: avrei potuto assistere ad una lezione -che so- di matematica (la ferita di Analisi 1 era ancora sanguinante), invece entrò Davide Calamari, docente di Zoologia generale (nomen omen…). Un omone gioviale, coi baffi folti e la voce profonda. In un’ora capii che quello mi interessava davvero. E mi vennero in mente Atos, la faccia del prof di Scienze e il sangue blu.

La faccio breve: mi iscrissi subito (mio padre, di famiglia artigiana milanese, non seppe spiegarsi il mio improvviso interesse per l’agricoltura, ma mi lasciò fare) e feci una promessa a me stesso, quasi un voto: dovevo tassativamente superare al primo tentativo gli esami propedeutici del primo anno, altrimenti avrei lasciato perdere.

Primo cimento: matematica. Avevo studiato, ma ero terrorizzato da una materia che non ho mai amato. Dopo una ventina di minuti e un paio di fogli riempiti davanti alla prof lei mi dice: “25”. Io scrivo subito 25 pensando fosse l’inizio di un problema da risolvere e lei si mette a ridere. “Ma no, è il voto. Le va bene?” Poi prende il libretto e vede che è ancora immacolato. Venticinque in matematica! Nemmeno nei sogni più arditi…

E così inanellai una serie dove il numero 25 divenne una costante: dopo Matematica, Fisica, Chimica Generale e Inorganica, Chimica Organica…sempre 25. Ero ufficialmente uno studente di Agraria. Poi arrivarono anche voti più alti e anche qualche scivolone, ma la strada era segnata. Ero la prova vivente che basta trovare un interesse vero per riuscire a coltivarlo.

Ermanno si è laureato un anno prima di me e insegna. Io di quegli anni ho ricordi bellissimi e divertenti, di giornate passate a studiare sotto i tigli sulle sedie portate di nascosto fuori dalle aule oppure in biblioteca, se pioveva. Atos si è diplomato all’ISEF, si è stabilito in Namibia e organizza viaggi e safari fotografici in Africa.

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