E a proposito di musica ecco il flamenco

Dal 2010 riconosciuta dall’Unesco “patrimonio culturale immateriale dell’umanità”, l’arte flamenca significa- anche-  assaporarsi, darsi, sentirsi, vivere! (Tomás Borrás)

Di Jennifer Campanini e Chiara Svilpo

È prima di tutto molto importante contestualizzare storicamente il Flamenco perché, seppur geograficamente non troppo lontana, quest’arte è ancora spesso vincolata allo stereotipo folcloristico della bambola, con il vestito rosso e le nacchere, acquistata durante il viaggio in Spagna a fine anni 80, o ai film italiani e all’italiana in cui la ballerina di Flamenco è rappresentata dal cliché della donna esotica e sexy.

Ma il Flamenco è molto di più.

È vero sì, ne esiste un aspetto folcloristico, ed è quello prettamente legato ai riti religiosi e alle feste tradizionali, in cui si indossano gli abiti dai colori gitani con i lunares (pois), e si ballano le danze popolari dai ritmi e dalle movenze flamenche. Queste feste sono particolarmente sentite dalla popolazione andalusa (l’Andalusia è la terra di origine del Flamenco) che, durante la settimana in cui si celebrano, interrompe qualsiasi attività per ballare, cantare e suonare fino al sorgere del sole e oltre.

Ma l’arte flamenca non è rimasta unicamente tradizione popolare; negli anni si è sviluppata, trasformata e diffusa così tanto da arrivare persino, nel 2010, a essere riconosciuta dall’Unesco patrimonio culturale immateriale dell’umanità.

Quali sono le tappe principali che hanno permesso al Flamenco di diventare una forma artistica che, pur essendosi radicata in un’area geografica precisa, è stata ed è capace di parlare al mondo intero?

Un bailaor (ballerino di flamenco)

Facciamo un salto temporale indietro e proiettiamoci là, dove tutto ebbe inizio.

Il sud della Spagna è il territorio che accolse nel XV secolo la migrazione nomade proveniente dall’Asia: indiani, pakistani, arabi ed ebraici, partiti secoli prima, arrivarono in Europa e alcuni gruppi di loro si diressero verso la regione spagnola dell’Andalusia.

A quel punto due culture artistiche s’incontrarono: quella andalusa, ricca di influenze arabe, e quella Rom intrisa delle musiche e delle danze di cui le popolazioni nomadi (che in Andalusia presero il nome di Gitani) avevano fatto esperienza nei loro lunghi viaggi. È così che nacque il Flamenco: molteplici mondi, realtà e conoscenze si intrecciarono e contaminarono, creando un’arte unica al mondo e che in qualche modo si potrebbe dire, grazie alle influenze subite, rappresenti gran parte di esso.

Non esistono fonti scritte sulla nascita del Flamenco, da sempre tramandato oralmente; nemmeno il nome stesso Flamenco ha un’origine certa, anche se è probabile la derivazione dall’unione delle parole arabe felag mengu, che significano contadino in fuga.

Il Flamenco ha tessuto le maglie della sua storia attraverso la sofferenza, il dolore, la malinconia, ma anche la gioia e l’allegria, di un popolo estremamente orgoglioso, fiero di poter disporre, nonostante la povertà e le difficoltà, di una cultura artistica smisurata, i cui confini culturali e geografici vengono ampiamente superati dall’unità emozionale che ne deriva.

Il popolo dei Gitani venne purtroppo trattato, come non di rado accade quando due culture diverse si confrontano, con quella diffidenza che normalmente scatena la paura di ciò che non si conosce. Ci furono continue persecuzioni da parte dei re cattolici spagnoli che tentarono in ogni modo di oscurarne l’identità. Gli abiti tradizionali, la lingua Rom e le espressioni artistiche, furono proibiti; fu persino impedito loro di spostarsi, costringendoli alla sedentarietà.

Il Flamenco nacque dal grido di un popolo che per continuare a sentirsi tale si aggrappò a se stesso e alla propria arte (allora clandestina) come unica possibilità identitaria. L’intensità emozionale dei vissuti del popolo gitano, composta sì di tanti momenti tragici, ma anche di desiderio di riscatto e di bisogno di astrazione dalle difficoltà che lo opprimevano, si raccolse nelle espressioni artistiche: musica, canti e danze divennero lo strumento comunicativo attraverso cui si tramandavano usanze, storia e stati d’animo.

Fu solo alla fine del 1800, quando finalmente ci si poté esibire fuori da un contesto di clandestinità, che il Flamenco cominciò ad avere le caratteristiche che conosciamo attualmente. Il periodo dal 1870 al 1910 vide l’apertura dei Cafés Cantantes, locali che regalarono al Flamenco la cosiddetta Epoca d’Oro: l’introduzione a un pubblico e la concorrenza artistica lo portarono qui a perfezionarsi e arricchirsi.

Il Flamenco si diversificò in più famiglie di palos (stili). Ogni palo tratteggiava i complessi aspetti di cui l’animo umano si compone: rabbia, orgoglio, dolore, solitudine, meraviglia, amore, un viaggio intimo, profondo e, dopo tutto, universale.

Il palo che, fin dai primi spettacoli nei Cafés Cantantes, ebbe più successo è il tango: festoso e disinvolto a tal punto che danzarlo venne considerato indecente. Ammaliò il pubblico straniero con la sua essenza gitana, una fortuna giunta ai giorni nostri: non c’è festa, esibizione in teatro o nei tablaos in cui non si canti, suoni e balli por tangos.

I palos più antichi, quelli a palo seco (a cappella) sono legati principalmente al lavoro e alla fatica. Un esempio ne è il Martinete che può essere accompagnato dal suono del martello sull’incudine, ricordando il lavoro nelle fucine.

Rigorosa e profonda è Solea: un canto prestigioso e antico, interpretato assieme al bailaor (ballerino) o la bailaora (ballerina) in modo intimo, lento e greve, dosando con eleganza una vibrante energia che nel finale si rivela esplosiva.

Questi sono solamente alcuni esempi dei numerosi palos esistenti. La loro classificazione, oltre ad avere un legame diretto con l’aspetto emotivo, ha a che fare con i diversi compas (ritmi musicali) e il contesto geografico e culturale da cui provengono.

Specchietto completo palos:

Amare il Flamenco vuol dire sentire ogni cosa in maniera più acuta, più profonda, portare le emozioni all’eccesso, andare oltre lo stereotipo, oltre la percezione apatica, normale e a volte ottusa della vita. Nel superare i confini andalusi, il Flamenco ha raccolto e raccoglie le speranze, gli amori, le illusioni, le ironie delle vite di persone che appartengono, esattamente come quest’arte, al mondo, ma che sono, si potrebbe azzardare, di un altro mondo, quello passionale, sensibile di chi, come affermava lo scrittore e giornalista spagnolo Tomás Borrás (1891- 1976), ha un’altra carne:

“Essere flamenco è avere un’altra carne, un’altra anima, altre passioni, un’altra pelle, altri istinti, desideri: è avere un’altra visione del mondo, con il senso grande; il destino nella coscienza, la musica nei nervi, fierezza indipendente, allegria con lacrime; è il dolore, la vita e l’amore che incupiscono. Essere flamenchi è odiare la routine e il metodo che castra; immergersi nel canto, nel vino e nei baci; trasformare la vita in un’arte sottile, capricciosa e libera; senza accettare le catene della mediocrità; giocarsi tutto in una scommessa; assaporarsi, darsi, sentirsi, vivere!”

Jennifer Campanini
Chiara Svilpo

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