L’età della sofia

 Quella della vecchiaia è l’età della sofia, della conoscenza, della sapienza, anche se non si è andati oltre la scuola dell’obbligo. Si è comunque conosciuta la vita: manca solo l’ultima conoscenza che spesso (non sempre) si è imparato a non temere

Di Rosa Mininno – psicoterapeuta, ambasciatrice della lettura per il centro del libro MiC (Ministero della Cultura), e presidente della Scuola Italiana di Biblioterapia

Quando penso alla vecchiaia la prima immagine di virgiliana memoria che mi viene in mente è Anchise sulle spalle di Enea nell’Eneide. Un uomo anziano, sofferente, che cammina sulle spalle del figlio perché le sue gambe, un tempo forti e muscolose, non lo reggono più. E sì che quell’anziano, Anchise, era stato talmente bello da essere amato da una dea, Afrodite, la dea della bellezza, mica una qualsiasi, tanto da aver generato proprio quel figlio amato che viaggia verso l’Italia reggendolo sulle sue spalle, tenendo amorevolmente per mano anche il suo piccolo figlio. Enea destinato a fondare città e una nuova era, fuggendo dalla guerra.

 Poi mi vengono in mente i “Ragazzi del ’99”, quelli che a diciotto anni furono mandati al macello della Prima Guerra Mondiale, tra le bombe, i cannoni con una baionetta in mano. E qui rivedo in una vecchia foto-cartolina in bianco e nero mio nonno Bruno, insieme con un commilitone, in posa appoggiati a una sedia  davanti al fotografo. Per sfondo un telo, per terra un tappeto, uno studio fotografico di fortuna in mezzo alla guerra. Sul retro i suoi saluti dal fronte, da Pontestura in alta Italia, ai suoi genitori, a Roma. Poche parole di rassicurazione scritte con una bella grafia.

Ricordo la gioia quando ho trovato questa fotografia preparando un convegno sull’anniversario della Prima Guerra Mondiale. Volli metterla sul manifesto. Un omaggio a lui e a tutti i ragazzi del ’99. A tutti, anche a quelli, tanti, troppi, che non tornarono alle loro case, ai loro affetti. Lui sì, tornò, a casa dai suoi genitori e dalla fidanzata, Emilia, giovanissima, amatissima per la quale lottò anni per sposarla. Da loro nacque mia madre. Una bella storia d’amore che scriverò. Nonna Emilia mi ha lasciato con i suoi geni molto di sé, non solo fisicamente, negli occhi verdi, nel corpo e nei lunghi capelli ramati, ma anche nel carattere, nel temperamento.

 A nonna piaceva leggere, non lavare i piatti. Anche a me. Hanno sfidato, questi due, nonno Bruno e nonna Emilia, le convenzioni, i genitori, le differenze sociali, la guerra pur di stare insieme. Repubblicani in tempo di Regno e poi di dittatura. Ma non li ho mai conosciuti, sono scomparsi prima che io nascessi. Non sono mai invecchiati, non hanno potuto. Tutti e quattro i nonni. Sono rimasti i racconti, le storie, le narrazioni dei miei genitori ai quali sono mancati, come a me e ai miei fratelli.

Bello avere i nonni… Un legame con la storia, quella con la S maiuscola e quella con la s minuscola.

In questa immagine si nascondono due donne, una giovane e un’altra anziana. La popolarità dell’opera si deve a Edwin Guarrigues Boring, psicologo sperimentale statunitense (1886/1968)

Oggi l’anzianità viene percepita come distante da se stessi; sembra far paura invecchiare. Oggi i nostri anziani- ma non dite a un settantenne che è anziano- hanno per lo più 80 anni e passa. La vita si è allungata, certamente grazie alle migliori condizioni sanitarie rispetto a quelle dei nostri nonni, ma anche dei nostri genitori; grazie alle migliori condizioni economiche, all’istruzione, alle attività sociali e culturali. Gli anziani vanno in palestra, a ballare, magari tornano a scuola e frequentano la Terza Università, vanno ai concerti, alle mostre di pittura e scultura, al cinema, a teatro e alle presentazioni di libri. Ai giardini pubblici con i nipoti. Viaggiano se possono. Quelli di città.

Gli anziani di paese invece ai giardini pubblici, con i nipoti, con gli amici, qualche volta al cinema, in piazza a giocare a carte, a discutere di sport e politica. Ma tutti aiutano, per quanto possono, i figli con la loro pensione perché di questi tempi se non ci fossero loro i figli avrebbero grandi difficoltà a mantenere le famiglie.

Ma quando si diventa anziani? Fisicamente, convenzionalmente, la parabola discendente inizia a 65 anni, ma non è solo un fatto anagrafico, fisico, mentale, è anche sociale. Si è vecchi spesso a 50 anni per il mondo del lavoro e se lo si perde è difficile riciclarsi e trovare un altro lavoro. Con tutto ciò che questa perdita comporta, compresa l’esperienza.

Quella della vecchiaia è l’età della sofia, della conoscenza, della sapienza, anche se non si è andati oltre la scuola dell’obbligo. Si è conosciuta la vita, manca solo l’ultima conoscenza che hanno imparato a non temere.

Spesso gli anziani sono soli e vivono da soli perché hanno perso il proprio compagno o la propria compagna di vita o perché non l’hanno avuto o avuta.

Allora spesso frequentano i Centri per gli anziani per trovare compagnia. Di fronte al mio studio ce n’è uno comunale, molto frequentato. Ballano, cantano, giocano, fanno ginnastica, mettono la musica a tutto volume, sono un po’ sordi. Leggono. regalai loro un po’ di libri: leggere fa bene alla mente, la mantengono attiva e plastica.

In una interessante ricerca condotta all’Università di Perugia con pazienti affetti da disturbi neurologici, attraverso gruppi sperimentali e gruppi di controllo, adottando la biblioterapia, la lettura scelta e guidata, in questo caso fatta ad alta voce, i risultati confermarono l’utilità e l’efficacia di questa tecnica che integro nel mio lavoro clinico, educativo, didattico da oltre venti anni e che ho introdotto pioneristicamente in Italia. La lettura e la scrittura, la pittura, la scultura, la musica, l’arte, l’esercizio fisico ci aiutano tutti a migliorare le nostre capacità intellettive, affettive, empatiche e sociali, soprattutto se siamo anziani.

Ho avuto la fortuna di conoscere persone molto in là con gli anni, otre i 90, anche quasi centenari e quello che mi ha colpita è stata la lucidità di certe menti : un corpo vecchio con una mente giovane. Affascinanti e ricche di storia.

Quando penso ad una persona anziana e la vedo, immagino com’era da giovane, da bambino e simultaneamente vedo i diversi aspetti: quello giovanile e quello anziano. Proprio come in una famosa immagine dello psicologo sperimentale americano E. Boring. Un’illusione ottica questa immagine come tante altre che ci possono spiegare il funzionamento del nostro cervello.

Il nostro cervello va mantenuto in funzione , come un muscolo e quello degli anziani non è un muscolo stanco, quasi atrofizzato. E’ quello della sofia, della conoscenza .

Finché abbiamo la fortuna di avere testimoni della storia con la S maiuscola o con la s minuscola, come quella familiare, ma ugualmente importanti, registriamo i loro ricordi, scriviamoli, leggiamoli, rileggiamoli a distanza di anni anche se sono stati dolorosi. Non dobbiamo dimenticare, dobbiamo ricordare le nostre radici. Loro, i nostri nonni, i nostri genitori sono le nostre radici nel mondo, nella vita.

Esiste un bel progetto, Banca della memoria, “ Memoro “, nato anni fa dalla mente di due giovani italiani , che si è esteso anche ad altre nazioni. Memoro raccoglie testimonianze anche spontanee, narrate da anziani, raccolte e videoregistrate da figli e nipoti. Un bel progetto che racconta storie di vita vera. Partecipate.

Raccogliete le storie dei vostri anziani perché è quella l’età della sofia, della sapienza.

Per approfondimenti :

Io mi ricordo, a cura di Banca della memoria. Edito da Memoro , IBS

Il novecento della gente comune con 40 video interviste. Con i ricordi di Andrea Camilleri.

Lettura e decadimento cognitivo, di Federico Batini, Giulia Toti, Marco Bartolucci, n.6 aprile 2015, Scienze e Ricerche, Università degli studi di Perugia, ResearchGate.net

www.memoro.org

www.biblioterapia.it

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