L’ultima pillola: avanti da soli!

Completato il percorso alla conoscenza della disabilità, tocca a noi cambiare la società

Di Antonio Giuseppe Malafarina – giornalista e blogger

Le pillole di disabilità terminano qui. È finito il barattolo? No, ma la cura somministrata finora è sufficiente. Ci sarebbero altre pillole da proporre, ma per questa fase va bene così. Quando è uscito “Intervista col disabile”, il libro pubblicato dal nostro direttore assieme a me per fare il punto sulla disabilità in maniera seria, dettagliata, ampia e originale lasciammo i lettori con un avviso. Facevamo presente che la panoramica che avevamo proposto era esaustiva ma non conclusiva perché quello della disabilità è un ambito in evoluzione.

Ciò che viene detto oggi illustra la situazione momentanea, si fonda sul sapere sin qui acquisito e può ipotizzare degli scenari futuri, ma non può raccontare ciò che ancora non esiste e che dipende da una moltitudine di fattori imprevedibili. Per questo adesso ci fermiamo e aspettiamo il futuro, peraltro consapevoli che l’ambito disabilità non si esaurisce in un libro, e tanto meno in una rubrica.

Facciamo un esempio: una volta era plausibile considerare mongoloidi le persone con sindrome di Down; oggi è aberrante. Lo scienziato inglese John Langdon Haydon Down era figlio del suo tempo, la seconda metà dell’Ottocento, e non aveva altro fine che comprendere che cosa accomunasse certe persone così simili e idiote. Il medico usava tranquillamente il termine idiota, in senso scientifico. Gli idioti del tempo erano le persone con un disagio mentale e i medici in qualche modo dovevano pur classificarle, in mancanza di una profondità di conoscenza scientifica che sarebbe arrivata col passare degli anni e avrebbe dato alle varie disabilità il proprio nome.

Quanto dunque abbiamo detto sinora nelle nostre pillole di disabilità basta per far conoscere i tratti essenziali dell’ambito disabilità, sapendo di essere stati esaurienti ma non conclusivi. Abbiamo sin qui proposto un percorso che ci aiuta a prendere in considerazione correttamente la disabilità, cioè le persone con disabilità. Sappiamo che cos’è la disabilità, strumento non di poco conto del nostro sapere perché ancora oggi si leggono definizioni erronee e ampiamente fuorvianti. Sappiamo che della disabilità possiamo ridere, se sappiamo ridere con le persone con disabilità. Sappiamo che la disabilità non ha una data di inizio nel percorso storico dell’uomo sul pianeta Terra perché, stando essa nel rapporto sfavorevole fra persona con condizione di salute e ambiente circostante, probabilmente è nata con l’uomo, quando questi si è trovato per la prima volta in difficoltà con l’ambiente per via della sua salute. Sappiamo che nei tempi antichi non è detto che i disabili venissero necessariamente trattati male. Sappiamo che disabili si dice, mentre al singolare il sostantivo disabile non va mai usato. Sappiamo che si deve dire persona con disabilità, ma va bene anche persona disabile perché disabile come aggettivo si usa. Sappiamo che non dobbiamo temere le persone che faticano a comunicare, che potrebbero essere in grado di ragionare benissimo, benché incapaci di esprimersi al ritmo delle persone comuni, più comuni.

 E, a proposito di persone comuni, sappiamo che se le persone con disabilità possono lavorare, andare in vacanza e fare all’amore dipende molto da tutti. Da noi tutti. Dovremmo avere imparato che insieme alle persone con disabilità si può stare. Si deve poter stare, come con tutti, perché se ci priviamo della possibilità di relazionarci con una persona a priori facciamo morire la comunità. Anzi muoiono le nostre possibilità di ampliare i nostri orizzonti, le nostre amicizie. Dal percorso tracciato insieme dovremmo aver capito che le persone con disabilità possono essere una risorsa e che, ahimè, tutti possiamo essere disabili anche solo per un piccolo frammento della nostra vita, come quando un forte raffreddore ci obbliga a restare a letto.

La disabilità coinvolge tutti: o come soggetti disabili oppure come soggetti che costituiscono l’ambiente intorno alla persona con disabilità. Non dobbiamo avere pregiudizi, questo è il nocciolo della questione. Sappiamo che l’abilismo è la discriminazione nei confronti delle persone con disabilità ma i pregiudizi non dobbiamo averli nei confronti di nessuno. Che cosa succederà nei prossimi mesi e nei prossimi anni è difficile a dirsi; magari ci vorranno altre pillole destinate a quel periodo storico. Forse un giorno la disabilità non esisterà più, non certo fra vent’anni. Forse un giorno le condizioni di salute verranno ricomposte in maniera così rapida che il rapporto fra persona e ambiente non risentirà più del fattore condizione di salute. Altresì potranno esistere fattori ambientali così favorevoli che qualunque condizione di salute potrà essere compensata dall’ambiente, con la tecnologia, le leggi e gli approcci appropriati in tempo reale.

 Se ci fermiamo a considerare il futuro un’ipotesi distante cent’anni abbiamo la vista corta. Dobbiamo pensare al mondo fra mille, diecimila anni. Intanto ci fermiamo qui. È stata una bella avventura, per me. Ringrazio il direttore, nonché editore, nonché cara amica, nonché tantissime altre cose Minnie Luongo per avermi concesso questa opportunità. Ringrazio gli splendidi collaboratori del giornale, preparati e in grado di tirar fuori un giornale di raro valore nel panorama editoriale italiano. Ringrazio tutti coloro che mi hanno letto e che avendo letto, mi auguro, metteranno in pratica quanto spiegato. Un sorriso.

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