Street Art negli Stati Uniti

In tempo di Covid l’arte dei murales sboccia ovunque più prepotente che mai

Dalla nostra corrispondente a New York

Flavia Caroppo – giornalista

Ambulance Station di Damien Mitchell, murales all’interno di una caserma di pompieri di Brooklyn

Ormai è quasi un anno che musei e gallerie di tutto il mondo hanno chiuso le loro porte; questa pandemia ci ha tolto anche la bellezza. E mentre aspettiamo (chiusi in casa o quasi), che Mister Covid (e i suoi fratelli) allentino la morsa per poter riportare un po’ di normalità nelle nostre vite, negli Stati Uniti, da una costa all’altra, i paesaggi urbani si stanno modificando. Veri e propri capolavori di street art sbocciano quasi quotidianamente sui muri nudi e sulle assi di legno che nascondono le vetrine dei tanti, troppi negozi chiusi.

Da Los Angeles a Chicago, da Philadelpia a Boston, passando -ovviamente- per New York, chi si avventura in strada per andare al lavoro o a fare la spesa, per una passeggiata o un po’ di esercizio, e perfino per andare a farsi vaccinare, può trovarsi di fronte a scene incredibili, immagini gigantesche, vivide, realistiche, che fino al giorno prima, o quasi, non esistevano. Scene che da quel momento in poi, invece, esisteranno per decenni, ritagliate sui muri e scolpite nella memoria. Non come simbolo di ribellione e anticonformismo, come accadeva negli anni ‘70 e ‘80 (del secolo scorso), ma nel tentativo di cancellare, per sovrapposizione, la realtà con il realismo. Il brutto col bello.

E ci riesce bene Damien Mitchell, l’artista australiano (ma Newyorchese d’adozione), che ha trasformato i muri di interi isolati (desolati) di Brooklyn con le sue immagini tanto realistiche quanto ispirazionali.

Come “Ambulance Station”, la scena che decora l’interno di una caserma dei Vigili del Fuoco di Williamsburgh, che detiene il triste record del più alto numero di vittime di Covid-19 tra i soccorritori.

La scopro quasi per caso, mentre cerco un’altra opera di Mitchell, il gigantesco murales dedicato agli scienziati e agli immunologi. Un grazie alto almeno tre metri e lungo dieci, che ha completamente cambiato faccia alle squallide (fino a poche settimane fa) tavole di compensato che celavano un palazzo in attesa di essere demolito, a due passi dall’ingresso del pronto soccorso di uno degli ospedali della zona.   

Due ambulanze sullo sfondo e, in primo piano, due vigili del fuoco-soccorritori, una donna dai lineamenti afroamericani e un uomo bianco dai capelli scuri, porgono un orsetto di pelouche a una bambina con una fascia macchiata di sangue stretta attorno alla fronte (un richiamo al tipico look dei nativi americani), a fermare i lunghi capelli scuri. Semplice, diretto, inclusivo, disarmante nel suo realismo e carico di significato, questo inaspettato gioiello di street art fa bene allo spirito e alla vista. Fa riflettere, e fa anche riempire gli occhi di lacrime ai notoriamente coriacei abitanti di questa zona, da anni piagata dal fenomeno dello spaccio di droga e teatro di innumerevoli regolamenti di conti fra gang rivali.

Damien Mitchell è solo uno dei tanti artisti che fanno parte del progetto Beautify Earth (“Abbellire la Terra”), un’iniziativa no-profit concepita e originariamente finanziata da Evan Meyer. Nel 2012, quasi per scommessa, Meyer ad altri artisti californiani si impegnarono con la città di Santa Monica promettendo di risollevare le sorti di una delle principali arterie della città, Lincoln Boulevard, allora soprannominata “Stinky Lincoln” (“Lincoln la puzzolente”), che era diventata dimora di homeless, drogati e criminalità varia ed eventuale. Evan Meyer volle dimostrare che, con l’arte, chiunque è in grado di creare un cambiamento e che la ricompensa di restituire alla comunità è intrinsecamente la più alta forma di retribuzione.

Beautify Earth è ora un movimento internazionale che utilizza strategie collaudate e set di valori per portare attenzione, arte, colore e amore ovunque nel mondo.

1st Street green (Damien Mitchell) per il progetto “Beautify Earth “

«Il progetto è nato con lo scopo di rendere il mondo un luogo più luminoso e stimolante», racconta Meyer, «Dando potere agli artisti metropolitani e trasformando in tele muri, recinzioni, cantieri, palazzi e persino il selciato, ogni strada può creare un’esperienza di gioia invece di renderci tristi o, peggio, farci paura”.

Effettivamente nelle grandi metropoli se ci si guarda intorno non si può fare a meno di notare come la maggior parte dello scenario urbano sia ormai in scala di grigio. Anche in una città viva e vibrante come New York, se si escludono gli accenti delle brown stones, i tipici edifici dai mattoni rossi, il panorama è blando, mono-tono, o degradato. Ma se la realtà urbana (messa spietatamente in evidenza dalla scomparsa del muro colorato di turisti a causa del virus) è abbastanza scoraggiante, l’opportunità è altrettanto emozionante, l’ispirazione si cela ovunque e la “tela” a disposizione dell’artista è pressochè infinita. È tutto il mondo. Tutto il degrado del mondo: muri commerciali e pubblici, scuole, rampe delle autostrade, centraline elettriche, semafori, lampioni, edifici pubblici in rovina, vicoli, cassonetti, bidoni della spazzatura. E ancora, e ancora.

Meyer e i suoi colleghi l’hanno dimostrato: l’arte è in grado di creare il cambiamento. «La peggior scelta di colore che si possa fare è il colore dell’abbandono”, dice l’artista affettuosamente soprannominato “il nonno” dalla tribù di Beautify Earth. «La street art trasforma un quartiere in una comunità e poi infonde responsabilità sociale e orgoglio nella comunità stessa. L’arte ha la capacità di ispirare, mutando i musi lunghi e l’apatia in sorrisi e ispirazione».

E, a proposito di ispirazione e sorrisi, non ha fatto in tempo a diventare la prima vice-presidente donna degli Stati Uniti che Kamala Harris ha già conquistato il suo posto sui muri del Lower East Side di Manhattan, culla della gran parte dei movimenti socio-culturali che hanno rivoluzionato il mondo (dal punk-rock alle rivendicazioni LGBT). La notte tra il 6 gennaio e il 7 gennaio, mentre a Washington stavano raccogliendo i cocci dell’incivile assalto al Palazzo del Campidoglio, il suo volto sorridente è apparso, evidenziato da un alone rosa fuxia (che a noi italiani ricorda una -sventurata- campagna di sensibilizzazione sui rischi dell’AIDS in voga alla fine degli anni 80) sovrapposto all’originale manga della principessa Leia Organa, eroina della saga di Guerre Stellari.

Kamala Harris, neo vicepresidente Usa, in un murales di Manhattan

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