Generazione F                                  Malinconia

Questo mese avevo scelto come fil rouge “La malinconia”, un tema che conosco assai bene, ahimè, e già mi ero preparata a discettarne con termini colti e argomentazioni appropriate. Poi è successo che la malinconia al massimo grado (e fosse solo malinconia!) si sia abbattuta su di me in questi ultimissimi giorni. Impossibile trovare la forza per scriverne: impietrita come non mai, ho domandato all’amica Rosa Mininno il favore di utilizzare il suo articolo (previsto per la rubrica “Salute”) che affronta il tema in maniera perfetta.

Della sottoscritta che dire? Vorrei rispondere, stupidamente, Anche i direttori piangono, ma io non riesco ad esplodere in un vero pianto liberatorio da tanti, troppi, anni, permettendo alla malinconia di diventare un mostro che mi schiaccia e mi paralizza. Ma davvero mai come in questi giorni. Chissà, magari ascoltando Ornella Vanoni nel brano che segue riuscirò a sollecitare finalmente quel fiume di lacrime che aspettano di venir fuori e di dar sfogo a tutta la rabbia che dovrei avere, ma che inspiegabilmente non riesco a provare. Eppure sarebbe l’unica via di salvezza per resistere agli stati d’animo che mi scuotono attualmente. (Purtroppo) senza far rumore.

                                                                                Minnie Luongo

LA MALINCONIA HA GLI OCCHI VERDI CON SFUMATURE MARRONE DORATO

Di Rosa Mininno – psicoterapeuta e ambasciatrice della lettura per il centro del libro MiC (ministero della cultura), e presidente della Scuola Italiana di Biblioterapia

Per me “la malinconia ha gli occhi verdi con sfumature marrone dorato”.   Victor Hugo definiva la malinconia “la gioia di sentirsi tristi”. Ma non parliamo di tristezza. Bisogna distinguere la malinconia, la nostalgia, la tristezza, la depressione.

La malinconia è la percezione paradossale di qualcosa che non abbiamo mai avuto, qualcosa di molto desiderato, qualcosa della quale tuttavia percepiamo la mancanza, qualcosa che sfugge al pensiero razionale. E non dobbiamo pensare alla malinconia come abbattimento dello stato d’animo, come tristezza, quella tristezza che tenendoti per mano può sfociare in un pianto silenzioso, sommesso, solitario, anche liberatorio.

La malinconia trattiene le lacrime senza sforzo, gli occhi sono languidi, velati, ma non bagnati e inondati dalle nostre lacrime dal sapore di sale marino. Loro, gli occhi, guardano senza guardare il mondo reale. Guardano e lo sguardo è rivolto al nostro mondo interiore. Vagano in questo mondo nascosto agli occhi degli altri alla ricerca di qualcosa che   sappiamo esserci, ma che ci sfugge nel tempo della nostra ricerca intenzionale, nelle dimensioni temporali del passato e del presente.  La malinconia appartiene al passato, al presente e al futuro.

La malinconia ci lascia insolitamente liberi di ascoltarci dentro, di guardarci dentro e di scoprire qualcosa in più di noi. E’ come andare “alla ricerca del tempo perduto”. E’, questa della malinconia, la dimensione psicologica, lo stato mentale, temporale della creatività. Molti artisti sono e sono stati malinconici e creativi. Leopardi nel suo diario Zibaldone dei pensieri la descrive. La creatività emerge nella mente tra i pensieri, le emozioni, i sentimenti facendosi strada lentamente o improvvisamente tacitando uno stato d’inquietudine. Emerge rompendo uno stato di attesa non vera, non falsa, ma non vera del tutto. Solleva un peso dal petto di chi vive questa malinconia.

Noi percepiamo la nostra malinconia e lei, la malinconia, percepisce se stessa in noi come il nostro sguardo percepisce l’ampiezza dell’orizzonte immaginando altro oltre il percepito, qualcosa di sconosciuto che tale rimane perché quello che si fa strada nella mente viene riconosciuto come parte di noi stessi e non è malinconia, ma nostalgia, tristezza, depressione.

La malinconia genera creatività, apre all’introspezione, rallenta il flusso dei pensieri, i ritmi temporali, è come stare seduti sospesi e fluttuanti nell’aria, con un peso sul cuore che trattiene il respiro. Ma la mente non smette di respirare.

La malinconia non è nostalgia perché non abbiamo perduto qualcosa o qualcuno.

Non è tristezza perché non c’è un dolore soffuso, vissuto.

Non è depressione perché lo spessore emotivo non è appiattito, abbattuto su se stesso, senza sfumature emozionali, non è uno stato d’animo monocromatico.

La malinconia ha lo sguardo leggero sull’inconscio mare calmo che abbiamo vissuto nel ventre caldo di nostra madre. Non lo ricordiamo, ma sappiamo che lì eravamo, che l’abbiamo vissuto completamente: ci ha nutriti, scaldati, protetti, formati.

La malinconia ha gli occhi verdi con sfumature marrone dorato.

Questa malinconia non è pericolosa, ma la malinconia può diventarlo se il pensiero si incista, se il rimuginio è la trappola che blocca il fluire del pensiero, che paralizza la mente nelle sue espressioni vitali: emotive, cognitive, comportamentali, creative.

La malinconia non è pericolosa, ma può diventarlo, se per un fraintendimento o una nostra negativa interpretazione di questo stato psichico ci isoliamo invece di coltivare e vivere la solitudine positiva che la malinconia creativa in sé contiene. Quella solitudine che apre la mente a se stessa e all’altro, quella solitudine ontologica che scardina cancelli mentali, crea nuove architetture psichiche, cognitive, emozionali, mnemoniche e nuovi paesaggi interiori.

La malinconia così intesa non è pericolosa perché non è depressione. Non è tutto nero, non scompaiono i colori delle emozioni, i loro spessori, le loro sfumature. Non è tutto nero. Tutto può essere evocato e tornare trasformato, elaborato, nuovo eppure qualcosa della malinconia resta sfuggente e non definibile perché la vita è troppo amara, a volte, per amarla del tutto e troppo bella per odiarla del tutto.

Il lemma, malinconia, contiene nella sua etimologia greca Melanconia il termine melas – nero- e colè – bile. Nella medicina ippocratica era uno dei quattro umori, era l’umor nero. I quattro umori caratterizzavano per Ippocrate la natura del corpo umano e ne condizionavano l’equilibrio organico e il temperamento. Questa è la malinconia che più corrisponde a quella psichiatrica la cui eziologia è composita: genetica, familiare, sociale e che più corrisponde alla depressione endogena tanto pervasiva da compromettere seriamente la vita quotidiana: dal sonno all’alimentazione al rapporto con se stessi, al rapporto con gli altri e con la società.

Dunque dobbiamo distinguere: la malinconia come stato d’animo e la malinconia come malattia e molto bene lo fanno Eugenio Borgna nel suo saggio “ Malinconia” e

Romano Guardini il quale scrive : “ La malinconia è il prezzo della nascita dell’eterno nell’uomo… è l’inquietudine dell’uomo che avverte la vicinanza dell’infinito “.

“La malinconia creativa ha gli occhi verdi con sfumature marrone dorato” (R. Mininno, ndr), è ontologica, appartiene all’essere umano che pensa all’infinito, concepisce nella sua mente l’infinito e percepisce la propria finitezza, la propria limitatezza, la propria incompiutezza.

Per approfondimenti bibliografici:

G.Leopardi , Zibaldone di pensieri, 1898

E. Borgna Malinconia, Milano, Feltrinelli, 1999

R. Guardini, Il senso della malinconia, Brescia, Morcelliana, 1977

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