Riflessioni più o meno malinconiche

Che cosa succede ai nostri pensieri quando dobbiamo trascorrere lunghe attese in spazi chiusi?

Di Andrea Tomasini – giornalista scientifico

Non sono poche le cose che reiterate mutano di significato o trascolorano in altro. Una parola ripetuta più e più volte perde la capacità di dire ciò che indica e diventa un suono che sorprende, suggerendo sensazioni che risiedono nascoste nella sonorità fatte affiorare dalla reiterazione.

Lo stesso accade con le lunghe attese che si svolgono in spazi chiusi.

Ti ci prepari, ti porti da leggere e da scrivere, magari più cose di quelle che ti immagini di poter fare, perché il tempo da far passare sai che è tanto e ti piace l’idea di poter scegliere a seconda dell’estro del momento e dell’incerto prolungarsi dell’attesa. Poi il tempo ti prende la mano e non sei più tu a farlo passare, ma è lui che si impossessa di te e ti fa fare quello che vuole. I pensieri sono in gabbia, vanno avanti e indietro dietro le sbarre in maniera incontrollata, compulsiva, ripetuta. A un tratto la fuga – non dal tempo né dall’involucro dell’attesa- è solo che i pensieri si aggregano per logiche che non immagini e vai lontano senza accorgertene.

Ti distacchi da te e da là in quel momento, inavvertitamente viaggi senza ricordarti da dove sei partito, né preoccupandoti di dove stai andando. Una distrazione minima, ritorni bruscamente dove stavi e subito controlli che ora è.

Osservi quello che ti eri portato da fare e lo lasci dentro lo zaino. Magari più tardi…

Guardi il telefono e controlli notizie e messaggi.

L’attesa ormai ti sta dentro, deborda più ancora della immagine della sua soluzione – la ragione per cui sei là. Alternando preoccupazione a noia, distrazione e qualche fuga interiore – qualcuna tragica, qualche altra lieve, altra ancora del tutto assurda e fuori contesto- trascorri in questo interstizio una porzione di tempo che ti sfibra, giungendo quasi a dimenticare le ragioni di quella detenzione trascorsa ad aspettare così tanto tempo.

A me, giunto a questo punto, viene da alzarmi e passeggiare nel poco spazio disponibile. Scarico la tensione, conto le mattonelle, le luci, i riflessi. Provo a ubriacarmi di quello che c’è tenendo occupata la mente e pensando a quanto sia stato sciocco a portarmi tutte quelle cose da fare che sono ora diventate solo un peso. A fine giornata barcollo.

Ci penso ora che un nuovo giorno è cominciato, l’attesa è trascorsa, la seconda moca sta in tazza anche per provare a far ordine dentro e fuori con la caffeina.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...