La vecchiaia dei saggi

Ripassiamo assieme alcune riflessioni di letterati e filosofi del passato, più o meno recente: ne rimarremo piacevolmente stupiti  

Di Paola Emilia Cicerone – giornalista scientifica

Oggi viviamo in una società che di vecchiaia parla malvolentieri, eppure la storia della letteratura e della filosofia è costellata da riflessioni su questo tema.

Marco Tullio Cicerone (106 a. C.- 43 a. C.)

Fin dall’antichità: se nella cultura classica è diffuso lo stereotipo dell’anziano burbero e musone, o lascivo e licenzioso, ci sono anche riflessioni più interessanti. Non posso non ricordare Marco Tullio Cicerone e il suo De senectute, un dialogo immaginario con Catone Il Censore che affronta con toni insolitamente moderni i temi della vecchiaia e della morte: basti ricordare che Cicerone, secoli prima che la scienza lo confermasse, afferma che anche gli anziani possono imparare cose nuove. E per quanto riguarda la perdita di memoria, fa dire a Catone che il problema riguarda chi non si dedica ad attività intellettuali, citando esempi illustri come quello di Sofocle, che visse novant’anni e scrisse la sua ultima tragedia – “Edipo a Colono” – poco prima di morire, o di Temistocle del quale si diceva che da vecchio ricordasse i nomi di tutti gli abitanti di Atene. E quello di Cicerone non è un esempio isolato: anche Solone scrisse che invecchiava imparando sempre nuove cose, mentre il filoso Democrito commentava che “la saggezza è il fiore della vecchiaia”.

“Oggi viviamo in una cultura che teme l’entropica inevitabilità dell’invecchiamento e lo tratta come una malattia da curare con diete e pozioni, o anestetizzare con botox e silenzio. Dimenticando che il fatto stesso di invecchiare è un incredibile privilegio che nel corso dei secoli è stato negato a gran parte dell’umanità” scrive Maria Popova, curatrice di The Marginalian una raffinata rivista americana on line ( consigliatissima: la trovate qui  https://www.themarginalian.org/) che offre ogni settimana approfondimenti a tema sulle opere di letterati e artisti.

Qualche tempo fa The Marginalian ha dedicato alla vecchiaia un lungo articolo, ricco di citazioni non banali di cui ci piace riproporvi qualche stralcio. Quando si parla di Simone de Beauvoir, per esempio, il pensiero corre a Il secondo sesso, ma nel 1970 la scrittrice ha pubblicato La vieillesse(La terza età, Einaudi 1971) in cui afferma che la vecchiaia non è solo un fenomeno biologico ma anche culturale e sociale, e in quanto tale vissuto in modo diverso secondo il contesto sociale di appartenenza. ”Per non fare della vecchiaia un’assurda parodia della nostra vita precedente”, scrive de Beauvoir, “l’unica soluzione è perseguire obiettivi che diano senso alla nostra esistenza”, si tratti di dedicarsi a un individuo, a un gruppo, a una causa politica o intellettuale o a un’occupazione creativa. “In ogni caso”, prosegue la scrittrice, ”è fondamentale avere passioni sufficientemente forti da impedirci di ripiegarci su noi stessi: la nostra esistenza ha valore fin quando siamo in grado di attribuire valore alle vite altrui, attraverso l’amore, l’amicizia, l’indignazione o la compassione”.

Simone de Beauvoir ((1908- 1986)

Un consiglio simile a quello che ci arriva dal filosofo Bertrand Russell in un saggio intitolato How to Grow Old, (in Ritratti a Memoria, Longanesi 1969).“Il miglior modo di superare questa paura è rendere i tuoi interessi sempre più impersonali” scriveva il filosofo, ottantaduenne, a proposito dei timori legati all’età avanzata. “Fino a quando, a poco a poco, le pareti dell’io si ritireranno e la tua vita si fonderà sempre più nella vita universale”.

 Anche Ursula Le Guin è nota soprattutto per i suoi romanzi fantasy e di fantascienza, ma vale la pena di leggere le sue riflessioni sulla bellezza nell‘età matura raccolte nel saggio The Wave in the Mind (Shambhala 2004): “Più invecchio più mi rendo conto di quanto i giovani siano belli”, scriveva Le Guin, all’epoca settantaquattrenne. ”Ma per le persone anziane la bellezza non arriva gratis insieme agli ormoni come avviene per i giovani. Ha a che vedere con le ossa, con il tipo di persona che siamo. Ha a che vedere, sempre più chiaramente, con quello che splende attraverso i volti e i corpi rattrappiti”. Per questo, afferma la scrittrice, “guardando uomini e donne della mia età, o più anziani, mi rendo conto che la loro calvizie, le nocche rigonfie o le macchie sulla pelle, per quanto varie e interessanti, non condizionano il mio giudizio su di loro: alcuni mi appaiono molto belli, e altri no”.

Ursula Le Guin (1929- 2018)

 Perfino Henry Miller, poco dopo il suo ottantesimo compleanno, ha proposto in un saggio a tiratura limitata la sua formula per vivere una vecchiaia gratificante: “Se puoi continuare a innamorarti”, scrive, “se riesci a perdonare i tuoi genitori per averti messo al mondo, se sei soddisfatto di non arrivare da nessuna parte e di prendere ogni giorno come viene, se sai perdonare e dimenticare, se riesci a evitare di diventare acido, scontroso e cinico, amico, puoi dire di avercela fatta”.

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