L’argentiere. Una storia milanese

A Natale i ricordi si fanno più vividi, portandoci alla mente persone ed episodi che rivivono in tutto il loro significato

Di Marco Vittorio Ranzoni – giornalista

Mio nonno Cesare aveva una bottega in via Vetere. Era di famiglia benestante, mi dicevano: i suoi avevano una filanda e lui andava a scuola in carrozza. Ragazzo del ’99, dopo Caporetto partì volontario nella Grande Guerra, corpo degli Arditi. Vinta la guerra e persa la carrozza (a quei tempi si diceva spesso “a causa di un amministratore disonesto” per celare i veri motivi dei crac finanziari delle famiglie), aprì la sua piccola officina di torneria in lastra.

Era una stanza buia al piano terra, che dava sulla via: ci mise un vecchio tornio con la trasmissione a cinghia. Quella piatta di cuoio, per capirci, sembrava proprio una gigantesca cintura dei pantaloni che girava libera sulla puleggia con un rumore infernale e i ferri per stendere la lastra sulla forma di legno che girava sul mandrino erano lunghissimi, pesanti artigli d’acciaio con il manico di legno.

Il manico si metteva sotto l’ascella e con il peso del corpo si creavano ciotole, piatti e vasi. Nonno Cesare di peso ne aveva poco, ma era tostissimo e il lavoro nel primo dopoguerra non mancava: c’era bisogno di tutto.

Via Vetere negli anni ’30

Ebbe tre figli: Mariuccia e due maschi, mio padre Eugenio ed Enrico, di due anni più giovane. Finita la scuola Eugenio entrò in banca: una fortuna, a quei tempi. Ma durò solo un mese, non gli piaceva stare in ufficio e tornò subito a lavorare con il padre e il fratello.

Venne la guerra, quella che non vincemmo: via Vetere fu pesantemente bombardata e le bombe incendiarie degli Alleati distrussero case e botteghe, ma non quella del nonno, che continuò a lavorare. Le famiglie furono sfollate in un mulino a Lardirago e gli uomini facevano una pericolosa spola in bicicletta, per portare il pane bianco e le uova in città.

Ora la bottega era diventata piccola e negli anni Cinquanta si trasferirono in uno scantinato del Ticinese e acquistarono altre macchine di seconda mano. Adesso le cinghie dei torni che giravano sferragliando erano quattro e la ditta si era specializzata, trovando la propria vocazione nella lavorazione dell’argento: lastre, fili, bordure e piccole fusioni diventavano servizi da tè, piatti, vasi, vassoi, centrotavola e bicchieri. Strizzando l’occhio alle classiche produzioni inglesi iniziarono a fornire i grossisti e i negozi della città.

I tre ragazzi si sposarono, senza dover cercare lontano: tutti gli acquisiti abitavano al Ticinese.

Eugenio fu il meno fortunato: mia mamma morì che avevo un anno, lei soltanto ventisette. Nonno Cesare cedette ai postumi della guerra e della trincea: costretto a letto a lungo, morì nel 1968. Io, bambino, ricevetti in sua vece l’onorificenza postuma di Cavaliere di Vittorio Veneto dalle mani di un generale, al Comando del Terzo Corpo d’Armata di piazza del Carmine. Il nonno ci teneva molto.

Adesso la ditta si chiamava “Fratelli Ranzoni Argentieri in Milano” e vendeva anche direttamente al pubblico.

Io aiutavo nel tempo libero, lavoretti da poco, giusto qualche rifinitura con la lima e la timbratura dei pezzi finiti: il piccolo ovale con la cifra 800 e il punzone che era la “firma” ufficiale del produttore, 745 MI. Adesso in officina c’erano i due fratelli e due operai.

Un giorno arrivò un giovanissimo ragazzo calabrese, Domenico. Era da poco arrivato a Milano e cercava lavoro come operaio. Iniziò il giorno dopo e presto conquistò le simpatie dei due fratelli.

Inutile nasconderlo, allora i milanesi non vedevano di buon occhio gli immigrati e mi ricordo frasi del tipo: “E’ un terrone, ma lavora bene ed è un bravo ragazzo” e in quel “ma” c’era un universo di bonario giudizio e di antico pregiudizio.

Domenico restava in officina all’ora di pranzo, perché abitava lontano, vicino a Paolo Sarpi e non faceva in tempo, col tram. Mio padre gli aveva dato le chiavi dell’officina (il “ma” era sparito definitivamente) e lui, trovato un panetto di plastilina, passava il tempo della pausa modellando figure, come faceva al suo paese, dove aveva imparato a fare statuine per il presepe.

Su un tavolino presero corpo una decina di soldatini e animaletti di plastilina: gatti, cani, uccelli, pesci, tutti stupendi e perfetti nei dettagli e nelle proporzioni. Il ragazzo si schermì, mio padre non disse nulla, ma il giorno dopo comprò creta e plastilina. Era ufficialmente iniziato il periodo animalier della Fratelli Ranzoni. Da casa volarono in officina i ponderosi volumi di Giacinto Martorelli e di Alfred Brehm, e Domenico passò più tempo con carta e matita al Museo Civico di Storia Naturale di corso Venezia, a studiare gli animali, che davanti al tornio.

Le sue sculture generarono fusioni in argento spettacolari: soldati a piedi e a cavallo, figure mitologiche e poi animali, tanti, tutti: cani, gatti, cavalli, anatre, beccaccini, pernici e fagiani. Ma anche gazzelle, bufali, rinoceronti, giraffe e poi la serie dei dinosauri: stegosauri, tirannosauri e brontosauri cominciarono a popolare le vetrine dei negozi del centro.

Il ragazzo calabrese frequentò la Scuola Superiore d’Arte del Castello Sforzesco e anche con l’aiuto dei fratelli aprì un piccolo studio in zona Paolo Sarpi, presto svelandosi per lo scultore di fama internazionale che è tuttora.

Fu un periodo florido, per i due argentieri, segnato da collaborazioni con importanti artisti, da Zauli a Pomodoro, da Marè a Brusamolino, a Rita Gallè, con la quale il sodalizio durò a lungo.

E un periodo pieno di trovate quasi guascone, anche.

Un giorno, ero in officina per caso, mio padre dovette fondere una bella scultura di Nettuno, su modello di Domenico ovviamente, che si era rovinata e di cui si era salvato solo il grosso e lucido tridente. Un cliente curioso lo vide, chiese cosa fosse e mio padre, pronto: “Lei dopo aver tagliato il panettone come la serve, la fetta, con le mani?”. Era quasi Natale, fabbricò un centinaio di tridenti, pardon, di “forchette da panettone” e li vendette in un amen. A Natale si vendeva di tutto, allora.

Su una rivista d’arte dell’800 inglese un giorno vide delle uova di struzzo montate in argento. Andò subito a comprarne una decina e ne ruppe la metà, prima di trovare gli strumenti giusti per tagliarle: una smerigliatrice Bosch da trentamila giri al minuto e minuscole mole abrasive da dentista.

Allora mi diete un incarico: forte del mio inglese scolastico scrissi a macchina su carta sottilissima da posta aerea una lettera che iniziava con “Dear Sirs” e finiva con “Faithfully yours”, indirizzata a un allevamento di struzzi in Sudafrica. Ordinai 200 uova. Fu solo una banale distrazione sulla tastiera della Lettera 32 che mi fece scrivere uno zero in più.

Un paio di mesi dopo arrivò davanti all’officina un camion pieno di imballatissime uova di struzzo. Io mi nascosi in bagno per prudenza, mentre scaricavano e riempivano ogni angolo dell’officina di enormi e candidi gusci. Di sicuro ce ne sono ancora in giro da qualche parte; vennero quasi tutti tagliati e impreziositi montandoli in argento a generare fascinose scatole, portagioie e soprammobili in stile neocoloniale.

Forse quel fatto radicò in mio padre la convinzione di avere un figlio inetto e che la mia strada dovesse essere un’altra. In realtà fui sempre scoraggiato dall’intraprendere il mestiere dell’artigiano e dirottato verso un impiego “sicuro”. In effetti ho anche ricordi di periodi bui, dove l’impresa familiare vacillò sotto il peso della congiuntura sfavorevole, dei clienti insolventi, di assegni a vuoto o di stasi nelle ordinazioni, per non parlare dei furti e delle rapine. Due volte i ladri entrarono dal tetto e aprirono le casseforti con la lancia termica e una volta si presentarono anche armi in pugno.

Ma nel complesso fu un’impresa di successo e cavalcò con onore un tempo dove l’argento piaceva parecchio e ornava molte case della Milano benestante e presto varcò anche i confini della città: mio padre, con la seconda moglie Vanda faceva un paio di viaggi all’anno -spacciandoli per vacanze- e percorreva in macchina la penisola fino a Firenze, Bari o a Palermo, visitando i migliori negozi e raccogliendo ordini grazie a un bel catalogo di foto a colori e il bagagliaio della 131 Mirafiori zeppo di campionario.

Alla fine degli anni ’90 i fratelli decisero di smettere e cedettero i vecchi macchinari e i materiali, tra cui le preziose forme in legno di nonno Cesare, le rosse cere di Domenico e gli stampi in gomma dei loro modelli di successo a un giovane, figlio di bravi argentatori, che voleva cimentarsi nella produzione dell’argenteria.

Sta avendo molto successo, mi dicono, riproponendo anche tutte le creazioni dei due fratelli.

Lo stabile dove era l’officina dei fratelli è stato abbattuto, ora c’è un condominio elegante. Non riesco a passarci davanti senza distogliere lo sguardo.

Ogni anno annoto da qualche parte l’indirizzo della ditta nata dalle ceneri della Fratelli Ranzoni con l’intenzione di andarli a trovare e magari scoprire che esiste ancora un tornio che gira con la cinghia sulla puleggia. Ma ogni anno, chissà perché, perdo il foglietto.

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