Generazione F Lo sport ed io: un rapporto confuso e irrisolto

Diciamocela tutta: pensando allo sport quale comune denominatore di questo numero, ero pressoché certa di agevolare gli amici e le amiche che collaborano al magazine. Manco per niente! A sorpresa, anche chi so per certo svolgere o aver svolto qualche tipo di sport (pure a livello agonistico) ha storto il naso, né ha voluto parlare del tifoso da divano.

A questo punto mi è sembrato doveroso affrontare qui nell’Editoriale il mio rapporto con l’attività fisica. Ciò che risulta evidente è la mancanza assoluta di applicazione e costanza, insomma delle basi indispensabili per una persona sportiva.

Ma cominciamo dall’inizio. Escludendo subito lo sci e tutto quanto ha a che fare con la montagna, parto col dire che amo smodatamente l’acqua e la spiaggia e il sole e l’azzurro- mare in primis- ma che non ho mai seguito un corso di nuoto (le piscine coperte mi intristiscono e respingono). E qui apriamo una parentesi dolorosa ma necessaria: mio padre, appassionato sportivo, soprattutto di tennis (praticato poi per tutta la vita), a 50 anni aveva perfino inforcato per la prima volta gli sci, facendo morire di invidia la (seconda) moglie che, sulla neve da sempre e iscritta a lezioni di sci fin da bambina, non si capacitava della disinvoltura con cui il marito affrontava le discese anche più ardue.

La cosa curiosa è che il mio papà ogni tanto si lasciava sfuggire frasi del tipo “Quanto avrei voluto avere una figlia sportiva!”. Ora, non mi vuoi pagare corsi di nuoto o altro, allora dedicami parte del tuo tanto tempo libero e insegnami tu a stare a galla, anche considerato che sei un gran nuotatore … Macché, neppure questo fece mai, e la foto che qui sotto ci ritrae, assieme a mia cugina (la biondina col salvagente e l’acqua salata negli occhi), è un’immagine scattata per caso.

 

Per fortuna zio Felice, il papà della cugina biondina, e instancabile subacqueo, insegnò a entrambe a nuotare; come i pescatori di Camogli facevano con i propri figli, ci spiegò, usò un modo a prima vista traumatizzante ma in realtà estremamente efficace. Dopo averci tenuto una mano sotto il mento per qualche minuto mentre “nuotavamo” a riva e averci convinto che l’acqua ci sosteneva da sola indipendentemente dal suo appoggio, ci portò al largo con una barca, ci legò in vita una corda e ci buttò nel blu. Certo, o ti traumatizzi a vita e non vuoi più vedere neppure una vasca da bagno, oppure- e fu la nostra esperienza- dopo aver ingurgitato qualche abbondante sorso d’acqua, ci accorgemmo di stare a galla. Era fatta!

Ancora oggi mi capita, entrando in acqua, di rivolgere mentalmente un grazie immenso allo zio Felix (purtroppo mancato due anni fa) non solo per questo, ma soprattutto per avermi fatto da papà adottivo, nonostante il mio fosse vivo e vegeto, ma concentrato sulla sua vita, la quale non mi comprendeva.

Grazie allo ziastro (così lo chiamavo) imparai a remare, andare in bicicletta, sui pattini, a camminare per chilometri e chilometri ammirando la natura… Non imparai bene nulla di tutto ciò, al contrario di sua figlia che aveva ereditato il Dna sportivo familiare, però mi cimentai in ogni cosa che mi veniva proposta, forse perché incoraggiata e stimolata sempre da una persona paziente che mi amava.

Fortunatamente poi, per tutti i pomeriggi delle scuole elementari- dalle 16 alle 19- a me e ai bambini del mio condominio era permesso scendere a giocare in cortile (non usava andare ai giardini o al parco, forse perché in questo modo genitori e nonni potevano controllarci comodamente dalle finestre senza uscire di casa) e lì per tre ore al giorno mi scatenavo in giochi che forse i bambini di oggi non conoscono più: Bandiera, I quattro cantoni, Nascondino. Senza tralasciare palla a volo o rincorrersi per il gusto di correre.

Crescendo, alle medie dopo essermi imbucata con un’amica ad un corso di “ginnastica sportiva”, riuscii a seguire una sola lezione prima che scoprissero che non avevo nessuna scoliosi, requisito necessario per quel corso gratuito, e fui sbattuta fuori. Mio padre non capì (non volle capire) il mio desiderio di sport e finì lì.

A scuola, nell’ora di educazione fisica ero comunque bravissima a scalare il “quadro svedese”, tanto che ancora adesso sono sicura di sapere come salire e scendere. Già, perché è una questione di regole e di tecnica: imparato come intrecciare i polsi e il resto, è davvero una goduria. Credo che ora non sia più permesso per ragioni di sicurezza (inoltre, ai nostri tempi, era anche raro predisponessero un materasso in caso malaugurato di cadute)… Oltre al quadro ero talentuosa nell’asse di equilibrio e nella “scala”, anche se, per via della mia statura, ero costretta a salire sul predellino prima di agganciarmi al primo piolo.

Un quadro svedese

    

Con queste premesse viene spontaneo pensare che non vedessi l’ora di raggiungere l’età in cui, autosufficiente economicamente, mi sarei potuta dedicare a qualsiasi sport desiderassi. Invece, avvenne una cosa strana. Per anni mi iscrissi a non so più quante palestre ma, dopo una ventina di giorni, e pur avendo pagato la quota per non meno di tre mesi, inspiegabilmente lasciavo perdere. Eppure mi piaceva qualsiasi tipo di ginnastica, mi esercitavo con gli attrezzi, amavo yoga e pilates… Ma non più di un mese al massimo. Diedi la colpa alla pigrizia di portarmi dietro il borsone e, soprattutto, al fastidio di vestirmi e rivestirmi in continuazione.

Ecco perché l’unica attività fisica che riesco a seguire (anche se non sempre, va’ a capire il motivo) è il risveglio muscolare che d’estate le generose spiagge romagnole offrono ai clienti e a chiunque passi in riva al mare. Solo col costume da bagno, senza vestiti da cambiare, mi ci dedico piacevolmente anche perché, appena finita l’oretta di esercizi, guadagno il mare che è a pochi passi e mi godo il primo bagno della giornata.

Io in riva a mare: risveglio muscolare

Nell’età adulta il mio rapporto con lo sport è aumentato in discontinuità: mi iscrivo e porto a termine una marcia non competitiva ogni tanto ma poi tutto finisce lì. Ad un certo punto ho pensato che l’attività fisica ideale per me fosse il Nordic Walking: immersa nella natura, direttamente in tuta e con le scarpe da ginnastica ai piedi, a camminare per un’ora e mezza, non prima di aver seguito qualche lezione. Ho comprato i bastoncini, i guanti (quasi introvabili della mia taglia), ho trovato due istruttori meravigliosi, poi è successo quel che succede sempre: ho cercato con me stessa qualsiasi alibi per non andare più. Dopo oltre un anno di inattività, mi sono fatta forza e sono ricomparsa (qui sotto la foto che testimonia l’evento), per poi sparire di nuovo. I bastoncini fanno ormai parte dell’arredamento di casa, ma contino a dirmi che un giorno mi serviranno nel parco vicino a casa. Già, perché ho anche la fortuna di avere dei meravigliosi giardini a pochi metri, dove poter andare regolarmente con bastoncini più Holly, la mia cagnolina adorata.

Fra Alberto e Michela, i miei istruttori di Nordic Walking

Che altro? In vacanza sul Mar Rosso mi sono data allo snorkeling, meraviglioso modo per ammirare i fondali marini ma soprattutto pesci dalle forme e dai colori più diversi. E, con pinne boccaglio e maschera, durante quelle lunghe nuotate mi sono sentita in estasi. Letteralmente.

Ora, a che punto sono? Al punto che mi piacerebbe – Over più che mai- risolvere il mio rapporto con lo sport, magari con l’aiuto di Paolo Barbera, il direttore tecnico della palestra milanese che compare con me in copertina. Confesso: da anni mi sono sbarazzata anche della cyclette che tenevo in casa ad accumulare polvere (al pari dei bastoncini del Nordic, ma occupando molto più spazio…)   

In questo numero

Venendo alle pagine che seguono, troverete articoli interessanti, sullo sport dal nostro punto di vista. Dando per scontate le Olimpiadi, abbiamo puntato sull’approfondimento dei Giochi paralimpici: caldamente consigliata la lettura dell’articolo dell’amico e collega Claudio Arrigoni, il più accreditato giornalista italiano sull’argomento.

Però … se delle Olimpiadi vogliamo ricordare qualcosa, è fuori di dubbio che nessuno di noi dimenticherà l’immagine di Muhammad Ali (alias Cassius Clay) quando nel 1996 ad Atlanta, in Georgia, comparve in mezzo allo stadio olimpico come ultimo tedoforo durante la cerimonia d’inaugurazione. Reggeva la fiaccola con la mano destra, mentre sulla sinistra erano più che evidenti i sintomi del Parkinson. Tuttavia, anche così era sempre lui, il campione che aveva pronunciato la famosa frase; “Vola come una farfalla, pungi come un’ape”. Perché lo sport è sì talento, allenamento, determinazione, ma anche coraggio. Di mostrarsi fragili e vulnerabili. Ma comunque fieri. Proprio come lui, il pugile più grande. “The Greatest”.

Muhammad Ali, ultimo tedoforo alle Olimpiadi di Atlanta (1996)                                                                                                                        

Minnie Luongo

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