Gli occhiali

Semplici oggetti appartenuti a qualcuno di famiglia che non c’è più, ma capaci di scatenare forti emozioni e pensieri e desideri in autori sensibili. Come Andrea Tomasini di fronte agli occhiali di casa

Di Andrea Tomasini – giornalista scientifico

“IN BREVE, È PROBABILE CHE I PIÙ DURATURI E SPLENDENTI VINCOLI DELLA PSICHE SIANO QUELLI SALDATI                                                E RIBADITI DA UNO SGUARDO” Edgar Allan Poe

Una delle cose che più colpisce tra quelle restate è vedere gli occhiali di mio papà o quelli di nonno o di nonna, avendoli conosciuti, essendoci vissuto insieme. Lenti appoggiate e montate nella gradazione pensata apposta per loro, che erano e ora no. Vederli là appoggiati, inutilizzati e inutili senza il “loro” naso che li regga e i “loro” occhi che li trapassino. Degli occhiali vuoti, che raccontano il vuoto lasciato da chi non c’è più. Anche perché non sono nel fodero, ma appoggiati sul tavolo, oppure sul ripiano della libreria, oppure sulla scrivania in una ciotola…

Forse sono la cosa più tragica e cruda, tra le cose lasciate da chi se ne è andato. Che quando è cadavere, corpo morto, gli occhi si spengono, si svuotano della luce e dei guizzi della vita. E si chiudono, se restano aperti –non accesi- con gesto pietoso.

Gli occhiali richiamano tutto questo –il buio definitivo- senza i loro occhi, senza il loro naso che si arriccia. Naso umbro, quello di mio padre: sopra un sorriso indimenticabile.

Gli occhiali erano parte dell’espressione, complemento del viso; accompagnavano gesti, ritmi, abitudini, curiosità, momenti del giorno… Erano il quotidiano dello stare insieme guardandoci negli occhi, cercandoci. Ora sulle lenti c’è la polvere del tempo e il soffice strato impalpabile dei ricordi. Non ci siamo persi. Ma non ci siamo più.

Conrad von Soest, “Brillenapostel”(1403)

E’ totalmente diverso l’effetto che mi fanno gli occhiali che stanno a casa a Spoleto, al piano di sotto, sul ripiano della credenza dentro una ciotola di porcellana bianca, pensata per portare a tavola contorni e che invece è soprammobile candido sul ripiano della credenza, in quella stanza che aveva il telefono prima nero e poi grigio con il disco forato e i numeri da girare, dove mangiavamo quando venivamo a Spoleto il week-end, dove si concentrava il calore..

Sono occhiali antichi e austeri. Piccoli, le lenti tonde ma allungate, spesse ma non molto, da presbite, fissate in una montatura di metallo color piombo che le serra. Montatura che profila bloccando le lenti e che sottilissima procede verso il retro dell’orecchio con aste sottilissime e alla fine accennano a una curva dolce ma con il finale appuntito. Mi dice mia madre essere gli occhiali di nonno Roberto, suo nonno. Che io, per ragioni biologiche – per così dire- non ho conosciuto. Sono occhiali che corteggio, che mi piacciono, che sono in qualche modo misteriosi ai miei ..occhi perché non ho mai visto conosciuto incrociato lo sguardo di quegli occhi che li usavano, che necessitavano di quelle lenti con quella gradazione misurata dosata e costruita apposta per consentire la visione corretta….di lettere e parole e caratteri… Gli occhiali sono stato abituato a pensare siano oggetto personalissimo. Non solo per ragioni estetiche –la scelta della montatura, il metterli e toglierli, le gestualità ad essi connesse che denunciano nervosismo, empatia, curiosità o stanchezza… che devi toglierteli se ridi fino alle lacrime e lo stesso devi fare se invece piangi con le lacrime che scendono e opacizzano il reale e le lenti che usi per rapportarti ad esso – ma anche immagino il lavoro dell’ottico che monta le lenti precise alla diottria assimilandolo a un orologiaio che risistema il movimento per misurare –e rendere percepibile e dosabile e vivibile il tempo che passa: ottico come meccanico di precisione, quale potrebbe esser uno speziale della vista.

Occhiali che dosano e ritmano i particolari e il rapporto con la realtà… che forse quando è troppo nitida magari appare crudele; magari è diversa da quel mondo delle ombre che osservandolo “al naturale” appare normalmente diverso da come è la realtà –lo racconta magistralmente Anna Maria Ortese nel primo racconto de “Il mare non bagna Napoli”, dicendo di un dramma che solo le lenti svelano, nonostante la crudele crudezza del reale fosse sempre stata sotto gli occhi della tenera Mariuccia, entusiasta fanciulla napoletana la cui miopia non corretta l’aveva fino a quel momento protetta dalle brutture della vita nitida e spigolosa nei contorni delle forme e nella sostanza… e gli occhiali quasi li maledice…

 Perché magari viene da girar la testa a guardare la dolorosa realtà, ma io cerco sempre di incrociarne gli occhi, anche se fa male: anzi, proprio perché fa male –l’ago che entra, i punti che cuciono i lembi della ferita, l’iniezione o il prelievo del sangue-: voglio capire, conoscere, vedere cosa è successo e se possibile anche cosa sta succedendo…

 Oppure ancora, ripensandoci –e il fodero che sta là vicino, accartocciato e inservibile, anche se odora ancora di pelle: persistenza delle cose e dei materiali e della memoria– “forse sai che potrebbero esser di ancor prima”, mi dice mia mamma riferendosi agli occhiali: “forse dello zio di nonna… “ Odoardo Bettini –il suo ritratto nell’entrata insieme a quello della di lui moglie: lui che comprò questa casa già antica (la parte centrale originaria con le volte a vela è del ‘300) dal nobiluomo Fontana nel XXX come racconta quell’atto su carta bollata di qualche bajocco… magari firmato proprio indossando quegli occhiali, dando l’avvio al fatto che casa nostra sarebbe stata a Monterone e che quindi nonna e poi mamma fosse a Spoleto –unico punto fermo di tanto girare perché mio nonno era in Marina- e incontrasse poi mio padre che da almeno un secolo prima aveva i suoi orafi e argentieri in Spoleto, giù, a corso Garibaldi… Francia: perché forse ugonotti scappati dall’eccidio della notte di san Bartolomeo e poi orafi, scultori e commercianti di tartufi in tutta Europa, e con un negozio dalle parti di rue de Rivoli a Parigi, modisteria attiva anche durante la Comune di Parigi…. E le lettere, che custodisce mio zio, da Parigi a raccontare di quei giorni e di quelle ansie, “par ballon monté” come recita l’annullo: unico modo di salvaguardare la corrispondenza in tempi di assedio…

Pensieri e sguardi lontani –verso luoghi e tempi e storie non vicine ma prossime a me- con gli occhiali, attraverso quegli occhiali che sono nella ciotola al piano d’entrata della casa di Spoleto, sul ripiano della credenza nella ciotola bianca. Occhiali che non si sa con certezza di chi, ma con sicurezza che sono di qualcuno di famiglia: chi comprerebbe degli occhiali usati sperando di vederci meglio? Ma se sono occhiali antichi di casa antica… eh quante cose ti fanno “vedere”…

Quasi ogni volta, andando a Spoleto, in silenzio, senza dirlo, prendo in mano gli occhiali del nonno Roberto, che so da mia mamma esser stato dolcissimo. Ma anche mite e angosciato per una vita per lui all’inizio dura e oscura. C’erano cose che nel suo passato erano buie, cupe, dolorose e lui ne soffriva. Non le nascondeva né avrebbe voluto farlo. Anzi: avrebbe tanto voluto conoscerle. Sapere il come e il perché, magari anche il chi. Avrebbe voluto vedere nel suo passato, osservarsi per sapere meglio chi era. Non gli è stato possibile e le sue ombre sono restate sempre tali e continuamente presenti, a rendere scarsamente illuminate le scene dove pure lui aveva agito.

Quelle lenti appoggiate sulla credenza, polverose, che lui usava per vederci bene. Le pulisco con cura per cercare di restituir loro la massima trasparenza e ogni volta e ogni volta le appoggio sul naso. Ci guardo dentro, attraverso. Ammetto che l’esser assolutamente essenziali e disadorni, al limite del dimesso, rendono ai miei occhi questi occhiali affascinanti: come se esistessero davvero per la sola assoluta essenziale necessità di vedere, di leggere… di guardare le cose piccole: cogliere e interpretare i particolari e girarci attorno per penetrarli, appropriarsene, viaggiarci dentro come in un mondo recuperato proprio grazie alle lenti… perché la presbiopia è adeguata al tempo che passa.. alla maturità dello sguardo e alla scoperta del particulare… Quello che vedi lo guardi con i tuoi occhi e lo completi con quello che hai già visto e che sai, perché ti genera altre curiosità, altre riflessioni, altri viaggi, magari attorno alla tua stanza. Con fantasia, ironia e spirito d’avventurosa osservazione sia di giorno che di notte come ha fatto Xavier de Maistre…

È per questo che li inforco e ci guardo dentro. Mi piacerebbe fossero graduati per me.. o che i miei occhi fossero deficitari il giusto per utilizzarli e recuperare attraverso la correzione proprio di quelle lenti qualcosa di quegli occhi che li avevano utilizzati, saperne di più perché guarderei il mondo e le cose con la stessa correzione, in qualche misura con gli stessi bisogni e quindi allo stesso modo… è capire di più della persona che li usava, della sua storia e quindi delle mie radici. E’ la ragione per cui –anche se inizialmente tentato- non mi prendo la montatura e metto da parte le lenti sostituendole –ammesso che sia possibile- con vetri dosati e adatti a me. Devo prender tutto, tutto o niente: di me e della mia storia.

Ogni volta che torno a Spoleto per irrorare le mie radici e aderire alle cose della mia vita, rovistando tra premesse autobiografiche e aria e sapori e odori e atmosfere e ambienti, verifico l’eventuale deperimento della mia vista in rapporto alla correzione graduata costituita dalle lenti del bisnonno Roberto.

Gli inconfondibili occhialini tondi del Mahatma Gandhi

 Cadenzo e ritmo così il mio tempo che passa. Attendo senza fretta, sapendo di andare avanti fin tanto che quegli occhiali forse andranno bene anche per i miei occhi. Potrò così, utilizzandoli, fasarmi su un tempo passato e non conosciuto, riconoscibile –forse- solo perché i miei occhi saranno abbastanza vecchi per vedere -corretti dalle lenti del bisnonno o di qualcuno che era a casa ancor prima di lui- le cose come le guardo adesso. Cose che non saranno però più le stesse…

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