Polvere d’azzurro

Dopo la lettura di questo libro guarderemo la Cappella Sistina in modo diverso… 

Di Paola Emilia Cicerone – giornalista scientifica

Recensire un romanzo scritto da un’amica non è mai facile: si rischia di essere banalmente complimentosi o al contrario, per rifuggire la piaggeria, fin troppo critici. Quando però ci si trova a fare i conti con una lettura che scorre veloce invitando a seguire con interesse crescente i personaggi e le loro vicende, con un romanzo che coniuga senza difficoltà una bella storia di introspezione al femminile con un thriller storico che riecheggia Dan Brown (con qualche ingenuità in meno, visto che l’autrice è italiana), si capisce che la recensione va scritta.

E quindi eccola: stiamo parlando di Polvere d’azzurro della bolognese Marina Innorta che debutta nella narrativa dopo una densa esperienza di blogger (www.mywayblog.it/ ) e un saggio testimonianza, La rana bollita, ora in ristampa per i tipi di Sonzogno, in cui racconta le sue esperienze con ansia e attacchi di panico, temi che in qualche modo ritornano anche nel romanzo.

Polvere d’azzurro è invece acquistabile su Amazon https://www.amazon.it/Polvere-dazzurro-Marina-Innorta/dp/B092PGCXJX e su Il giardino dei libri https://www.ilgiardinodeilibri.it/libri/__polvere-azzurro-marina-innorta-libro.php?id=193048 )

Ed è proprio il colore evocato dal titolo e dalla bella copertina a entrare in scena all’inizio del romanzo, comparendo minaccioso nei sogni della protagonista Margherita e poi ritrovato nello sfondo del Giudizio Universale di Michelangelo. Per Margherita, ultraquarantenne insoddisfatta e in lotta con le sue fragilità, la visita alla Cappella Sistina vuole essere una pausa alla vigilia di una svolta che potrebbe cambiare la sua vita, o forse un moto di ribellione nei confronti di un’esistenza un po’ monotona. Ma l’incontro con l’abbagliante sfondo delle scene michelangiolesche, che al tempo stesso l’attira e la spaventa, apre la porta ad un percorso di ricerca che finisce col trasformarsi in un’opportunità per capire meglio se stessa e i propri desideri.

Il Giudizio Universale, indiscusso capolavoro di Michelangelo Buonarroti (da Wikipedia)

 Contemporaneamente il romanzo racconta un’altra storia, quella di Bernardino Ferrucci – timido pittore cinquecentesco formato nelle Fiandre e poi attivo tra Roma e il Viterbese – della sua storia familiare e dei misteri che la circondanoLe due vicende procedono in parallelo, ciascuna con il proprio stile anche linguistico, e con una serie di colpi di scena che sarebbe ingiusto svelare, ma che rischiano di far fare le ore piccole a chi si avventurasse in una lettura serale. Anche se è legittimo anticipare che il procedere della vicenda permette di intuire il collegamento tra l’azzurro del dipinto e quello di un prezioso cammeo che continua a comparire nella storia e nel ricordo. E che forse il legame tra Margherita e Bernardino va oltre la passione che entrambi nutrono per Michelangelo e la sua arte. Alla fine non tutto, ma molto sarà chiarito, e ci si potrà congedare dalla storia con il piacere di scoprire che per la protagonista le avventure vissute sono state un percorso, impervio ma prezioso, di crescita interiore. E con la speranza di poterla seguire ancora in una vicenda umana così particolare eppure simile alla nostra, segnata dagli errori incolpevoli ma non meno dolorosi di chi cerca comunque “di fare del proprio meglio”. Quello che è certo è che non guarderemo mai più la Cappella Sistina con gli stessi occhi. 

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