GENERAZIONE F Il silenzio è (anche) un’arma

Alcuni silenzi possono ferire come e più di un’arma. Tante le occasioni in cui ne restiamo colpiti.

Ci sono le parole che tardano ad arrivare quando siamo di fronte a un medico aspettando un responso, che sia per noi o per un familiare o un amico. Ci sono i silenzi prolungati e ormai atrofizzati di coppie che hanno rinunciato a dialogare fra loro nella vita quotidiana: avete presente il silenzio surreale di alcuni tavoli di ristorante in cui nessuno dei due partner seduti pronuncia verbo per tutto il pranzo, neppure per commentare il cibo?

E come non accennare ai quei secondi eterni quando in aula l’insegnante col dito percorre sul registro l’elenco degli alunni– tutti più o meno in apnea- prima di pronunciare il nome di chi sarà interrogato? Breve parentesi personale a questo proposito: nella mia lontana ma lunga esperienza di prof. adottavo un altro sistema che, ripensandoci ora, risulta ancora più sadico. Consisteva nel richiamare chi avevo interrogato l’ultima volta. Ammetto di averlo fatto spesso (autogiustificazione: perché così nessuno si sentisse esonerato dallo studiare i capitoli più recenti). A mia ulteriore discolpa posso aggiungere che anticipavo questo modo di comportarmi presentandomi alla classe a inizio anno scolastico, ma i più pensavano che scherzassi … Da qui il silenzio attonito e sconcertato dell’allievo chiamato alla cattedra, cui seguiva l’inevitabile esclamazione: “Ma prof, mi ha interrogato l’ultima lezione!”

E poi abbiamo i silenzi inspiegabili di chi amiamo, che non risponde più alle nostre domande o telefonate … Per arrivare ai casi più estremi con il “silenzio punitivo”, usato come arma psicologica contro un’altra persona, con l’obiettivo primario di piegarla. Ciò accade molto spesso in un rapporto sentimentale, più sovente da parte di un maschio narcisista e manipolatore, spiegano gli esperti, configurandosi come  una delle tattiche passivo-aggressive più frustranti per chi la subisce. Una meta-analisi condotta presso l’Università del Texas, con 74 studi che hanno coinvolto 14.000 persone, ha concluso che il silenzio è di solito molto distruttivo nei rapporti di coppia, e le “vittime” lo interpretano come la mancanza di coinvolgimento dell’altro e un tentativo di sottomissione emotiva. Questi psicologi hanno constatato che l’uso del silenzio come punizione è uno dei fattori che portano le donne al divorzio, non solo perché ci si sente meno soddisfatte del rapporto, ma anche perché percepiscono il loro partner come emotivamente più distante..

Poi ci sono i silenzi con cui facciamo male a qualcuno senza esserne consapevoli. Ricorderò sempre un giorno di parecchi anni fa: ero in compagnia dell’amico Davide Cervellin, noto imprenditore veneto diventato cieco da adolescente per via di una retinite pigmentosa (guai a chiamarlo non vedente!) e lui tutt’a un tratto, dopo una mia pausa, mi confidò: “Rimpiango non poter più esprimere con gli occhi ciò che provo. In pratica, sono costretto a parlare sempre e soprattutto indurre l’interlocutore a fare altrettanto per capire il suo pensiero. Invece, gli sguardi sono così importanti per comunicare, spesso più delle parole!” Proprio vero, Davide!

Fin qui ho accennato a quelli che potremmo definire i silenzi cattivi. Fortunatamente esistono anche quelli buoni, in primis quelli di complicità. Con gli amici, il partner, una persona con cui si ha particolare empatia … Se non abbiamo bisogno di parole ma è sufficiente scambiarsi uno sguardo, ecco quello è un silenzio buono!

Infine, una considerazione. Quando col team di Generazione Over60 abbiamo individuato il silenzio quale fil rouge di questo numero,  non avrei mai pensato a quanti libri, dipinti, canzoni e tanto altro fosse incentrato su questo tema. E di quante espressioni si usino nel linguaggio corrente: silenzio assordante, silenzio di tomba, rumore del silenzio, religioso silenzio, silenzio sepolcrale, silenzio glaciale..

E vogliamo parlare di quanti poeti vi abbiano dedicato versi? Nelle pagine seguenti ne abbiamo citati solo alcuni- da Guido Gozzano ad Alda Merini a Giuseppe Ungaretti- ma sono davvero tantissimi. Così, per fare una verifica nel microcosmo personale, sono andata a consultare la mia “produzione poetica” risalente a una cinquantina di anni fa: ebbene, almeno tre opere contemplavano questo tema. Allora, a conclusione a dir poco autoreferenziale di questo editoriale, mi lancio nella trascrizione di una delle tre.(Sssh, vi prego!)

 Frammenti

del sasso

che una volta colpiva

(e feriva con tanto, troppo dolore)

ora distruggono

mentre

in disparte

vedo farsi beffe di me

il silenzio di ieri

il sorriso di oggi

diversi

identici

segni della mia

anestetizzata

sensibilità.

                                                                                                                        Minnie Luongo

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