La Sindrome di Stendhal

Davanti a troppa arte si può anche star male, come dimostra un disturbo psicosomatico analizzato e studiato dalla scienza

Di Minnie Luongo – giornalista scientifica

Fonte: Shutterstock

Lo so. La Sindrome di Stendhal viene anche indicata come “Sindrome di Firenze”, ma per me resta e resterà quella di Venezia. Perché una cosa è sentirne parlare o leggerne la descrizione dei sintomi sui libri, un’altra è assistere a persone che ne vengono colpite.

Bisogna risalire al pomeriggio luminoso di una ventina d’anni fa mentre, ammassata in un vaporetto che attraversava la città lagunare, ammiravo silenziosamente il panorama incredibile che offre Venezia, come sempre restandone affascinata.

Improvvisamente una coppia di turisti tedeschi di mezza età (praticamente, quella che ho io ora), prima lei e subito dopo il suo compagno, cominciarono a piangere sommessamente e mostrare segni di difficoltà respiratoria. Chiesi subito che cosa fosse successo, come stavano, che cosa potevo fare. La signora in un italiano stentato ma comprensibile, singhiozzando, mormorò: “E’ tutto troppo bello. Ogni volta che torno non riesco a sopportare tutta questa bellezza”.

Assicuratami di non essere finita su qualche Candid Camera, ci volle poco per rendermi conto  che la coppia accanto a me soffriva del disturbo psicosomatico che per primo aveva descritto lo scrittore francese Marie-Henri Beyle- conosciuto come Stendhal- che, in un viaggio in Italia nel 1817, particolarmente colpito dalle opere contenute nella Basilica di Santa Croce a  Firenze, si sentì così male da dover uscire dalla chiesa per recuperare il respiro e calmare l’agitazione. Queste le sue parole: “Durante il mio Grand Tour d’Italia, mi trovavo a Firenze, e come al solito non avevo potuto trattenermi dal girellare per il centro ad ammirarne l’infinita bellezza. Entrai nella chiesa di Santa Croce, e dopo un po’ iniziai a sentirmi male. Il cuore mi batteva forte, provavo vertigini, capogiro. Tutte quelle opere di straordinaria  fattura, così compresse in uno spazio limitato, erano davvero troppo per un amante dell’estetica come me. Ero giunto a quel livello di emozione dove si incontrano le sensazioni celesti date dalle arti ed i sentimenti appassionati. Uscendo da Santa Croce, ebbi un battito del cuore, la vita per me si era inaridita, camminavo temendo di cadere”.

Basilica di Santa Croce (Firenze).
Foto di Eleonora Altomare su Unsplash

Il disturbo fu individuato e analizzato per la prima volta nel  1977 dalla psichiatra  fiorentina Graziella Magherini, che descrisse alcuni casi di turisti stranieri in visita a Firenze colpiti da episodi acuti di sofferenza psichica ad insorgenza improvvisa e di breve durata. Inoltre, la studiosa verificò come l’incontro con l’opera d’arte e in particolar modo con il “Fatto Scelto”, ossia un particolare dell’opera sul quale la persona concentra tutta la sua attenzione, possa  richiamare alla mente particolari vissuti personali e, quindi, conferire all’opera quel particolare e personale significato emozionale responsabile dello scatenamento della sintomatologia psichica. E l’interpretazione psicoanalitica della sindrome proposta dalla Magherini, riletta alla luce delle recenti scoperte sui neuroni- specchio e dei meccanismi relativi alla simulazione incarnata, può non apparire un costrutto totalmente privo di fondamento scientifico. Come è stato dimostrato che provare un’emozione e osservare la stessa emozione provata da altri attivano la stessa struttura neurale, così tali meccanismi potrebbero essere utilizzati per spiegare l’empatia o fenomeni come l’identificazione proiettiva.

Lo scrittore francese Marie- Henri Beyle,
noto come Stendhal (1783-1842)

In pratica, oggi possiamo affermare che la sindrome di Stendhal è una affezione psicosomatica che si manifesta in soggetti particolarmente sensibili o non nel pieno vigore fisico, che si trovano al cospetto di grandi opere, il più delle volte racchiuse in uno spazio contenuto, come può essere una galleria d’arte o un museo: l’intensità estetica della loro presenza condensata, pertanto, avrebbe un effetto moltiplicato sull’osservatore.

I sintomi principali si possono così riassumere: agitazione e ansia unite a malesseri diffusi quali tachicardia, palpitazioni, difficoltà respiratorie e sensazione di svenimento. Possibili anche nausea e vertigini seguite da attacchi di panico, allucinazioni, amnesia temporanea.

Anche il cinema si è occupato di questo disturbo, con un film del 1996 diretto da Dario Argento e scritto assieme alla psichiatra Graziella Magherini (musiche del maestro Ennio Morricone), intitolato proprio “La sindrome di Stendhal”. https://youtu.be/Ro8BF51_tnI

Non esiste soltanto la sindrome di Firenze, ma anche quella di Parigi e di Gerusalemme, che ricalcano comunque le medesime premesse e condizioni che scatenano il malessere. Tuttavia, per la sottoscritta essa resta “la sindrome di Venezia” in quanto, almeno in una certa misura, anch’io venni sconvolta dall’intensità e dall’unicità di due persone colpite da eccessiva bellezza.

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